UNA VISIONE – IL SOGNO DI VALERIA
Nel bel mezzo della notte, quando ancora il sole lottava per innalzarsi sulle tenebre, gigante terribile e buono, Valeria fece uno strano sogno.
Si trovava in una stanza alta e stretta, di forma cilindrica, dalle pareti completamente bianche, fatta eccezione per sporadici arabeschi, ghirigori ed intarsi che di tanto in tanto ne rompevano piacevolmente la monotonia. Mentre il soffitto non aveva fine e si mescolava praticamente col cielo – tanto che a volte si potevano vedere rondini piuttosto intontite per avervi sbattuto contro, prima di riprendere a volare -, il pavimento era costituito da una grande piattaforma circolare, anch’essa bianca, ma di tanto in tanto ravvivata da rosse figure femminili, al centro della quale stava lei. A due metri di distanza, stavano varie funi, grosse, ruvide e bianche, i cui capi puntavano verso tutte le direzioni, fin anche verso il basso, grazie a un adeguato foro praticato nel pavimento, poco più a destra di dove era il piede sinistro di Valeria.
Le funi si muovevano praticamente da sole, come per incanto, senza alcun motivo apparente, ora ghermendola per il polso, ora per la caviglia, ora per la vita, ora per l’ascella, ora per il mignolo della mano destra ora per la gola, ma sempre dolcemente, senza farle mai male. Sembrava che il tessuto di cui erano composte le funi perdesse la sua ruvidezza al contatto con la pelle di Valeria, di modo che lei, se non le avesse viste, avrebbe dubitato che ci fossero, benché avesse piena coscienza dei loro effetti, cioè gli strattoni. Con questi, mentre la stanza ruotava su se stessa, veniva trascinata in tutte le direzioni, per migliaia di chilometri, ma senza, per questo, vedere il paesaggio circostante più sfocato, anzi, con un curioso acutizzarsi della vista: alle volte, a questo scopo, era la stanza stessa che si allungava a dismisura, mentre in essa si potevano ritrovare, trasfigurati, tutti i paesaggi della Terra, e specialmente il deserto del Gobi e l’Antartide, tratti dei quali si potevano ritrovare perfino in tutti gli altri ambienti; alle volte le corde sfondavano le pareti, senza che questo la ferisse menomamente, e la portavano fuori, dove a immense distese di tutte le tonalità possibili del blu, del celeste e dell’azzurro, si contrapponevano montagne di un marrone scurissimo, che sembravano fatte di pan di Spagna, tant’erano friabili – e, in effetti, a guardarle, Valeria aveva l’acquolina in bocca –, e piogge incessanti di grigie tastiere da computer, talmente usate da non aver più un solo carattere leggibile.
poesia, amore, introspettiva, io e te, -poesia, astrazione in fieri, poesia d&rsquo amore
CONVERSE E COINTREAU
Il cielo abbottonava il suo cappotto grigio
mentre il bouquet di diamanti della notte
diventava l'esca per mille amanti
più ghiotti di noi di buio e sortilegi.
Le bugie danzavano su tavole e velluto
e noi salivamo a fatica gli scalini
e le parole avevano il peso di un revolver.
Non ebbi mai il coraggio di puntarlo.
Ed ero stanco di ricamare chiodi rossi
su quella luna macchiata di negroni
Non smisi un attimo di fissare
le mie converse sporche e logore
mentre tu bevevi il tuo cointreau.
Sentimmo il peso delle nostre spalle
baciammo il gusto di albe con le rughe.
Mi sento cieco quando non mi guardi
mi sento sordo quando non mi parli
mi sento inutile qundo non sorridi.
IL MIO CUORE
Il mio cuore è una vela, lo determina il vento.
Il mio cuore è una repubblica,
sceglie chi vince, si schermisce,
poi duella con se stesso.
Il mio cuore è una matrioska, è una scatola cinese,
infatti traspira attraverso
due filtri a mandorla
che non inquinano.
Il mio cuore è un pagliaccio, si ride addosso,
si guarda, si macchia con l'olio del mondo,
piccola grande oliva, da tenere in mano
e sputacchiare come fosse una tabacchiera.
Il mio cuore è una mente, infatti sragiona:
il mio cuore è Pinocchio.
Al mio cuore non importa, esporta sempre se stesso.
Il mio cuore è vecchio come una foglia.
Il mio cuore gioca a carte con la cenere,
e deve spesso reimbiancarsi,
e questo a chi è macchiato d'olio non piace.
Il mio cuore è sereno, come il mare
richiuso dopo essersi mangiato Ulisse.
Il mio cuore è curioso, infatti non fa niente:
non studia, non s'interessa, fa solo il ficcanaso.
Il mio cuore è una parola di terra, non ha
paura che del buio.
Il mio cuore è un lupanare, ci vengono tutti
e senza pagare.
Il mio cuore è di pietra, di pietra pomice.
Il mio cuore è un Equatore, gli piace
stare steso ai Tropici
in panciolle, coperto solo di palme
verdi e rosa.
Al mio cuore non importa, esporta sempre se stesso.

quel che volevano dire
le antiche parole
felicità, piacere.
Abbiamo solo cinque sensi
e si annoiano così presto.
Ed ecco
che già lo sguardo si annoiava
a scivolare senza fine
su un azzurro
che non finisce mai di essere
azzurro.
E l'imminente desio
provato, era:
strapparsi da dosso
quella setosa pelle.
La luce si appanna,
seduta in cerchio,
o in piedi
la gente sta guardare:
le camicie degli uomini
le ampie gonne delle donne,
a tratti ,sono vivaci quadri...
Ma la gaiezza si irrigidisce
in una tetra immobilità.
i fazzoletti neri
incorniciavano volti di pietra
gli occhi
fissi sull'orizzonte
non sapevano di niente.
Non un gesto
non
una
parola
una maledizione aveva impastoiato
tutte le lingue...
....avevo voglia di
°°°u r l a r e°°°

Per
iscrizioni e donazioni 2009 c/c postale 68247154





























