gli dei sospero il tempo,
concessero l'attimo,
la brezza leggera che allontanava l'impotenza.
Lui avrebbe invocato la sua decima Musa,
lei Cassandra rapita in un giorno di sole.
lei lo guardava come se fosse un addio e
lui, lui sfiorava i pensieri di lei,
i suoi sogni senza rotta,
quei girasoli mangia-sole.
Perlustrando sentieri sconosciuti si sarebbero amati per l'ultima volta prima del risveglio.
Trascinando ombre di capelli in volo, accarezzando labbra cristalline,
sussurando colori sfumati,
abbracciando profumi dimenticati
sarebbero state due anime distese sulle proprie speranze.
Fissando l'ultimo cielo condiviso,
avrebbero succhiato con le loro cannucce variopinte
quel quadro magico che erano loro uniti da quell'attimo concesso da dei alcolizzati in vena di gentilezze sotto spirito...
Infila la muta con spasmodica attenzione, gustandosi ogni inquietante sensazione che il tessuto premendo, lascia sulla pelle. Un odore di neoprene la invade insieme al sapore che gli rievoca quella pelle proibita che come la stessa muta da qualche mese le si sta appiccicando addosso, facendo impazzire ogni sua cellula.
«Strega» le echeggia quella cassa di risonanza che è il mare.
Glielo dice sempre, affrettandosi ad aggiungere «…ma in modo affettuoso».
L’ha ammaliato si sente ripetere, ma non sa se questo eccesso di potere che lui gli attribuisce sia un bene o un male.
Fortunatamente le onde roboanti coprono il battito impazzito e alterato del suo cuore. Ha paura che quel galoppare scomposto possa essere percepito dagli altri.
Un timido accenno di iperventilazione blocca la circolazione del suo ossigeno, un nodo alla gola contrae i suoi polmoni.
No, non sono certo queste le condizioni migliori per entrare in acqua.
Deve rilassarsi e portare i muscoli a concentrarsi su sinfonie armoniche e positività.
Salsedine e iodio risvegliavano l’odore di quelle mani possenti, di quell’alito avvolgente, di una lingua esigente e curiosa. Solo l’acqua può calmarla e lavarle via emozioni troppo forti per essere contenute e celate. Un ultimo sforzo per la testa nel cappuccio, per passare poi ai piedi in quelle lunghe pinne da pesce, la vera metamorfosi del suo sentirsi donna degli abissi.
Il richiamo è forte ed insistente, di quelli cui non si può dir no.
Il mare adesso risuona come il battito del suo cuore.
L’acqua entra lentamente nei pori della pelle facendosi largo tra l’appiccicoso di quel vestito marino aderente ai ricordi.
La sua vita si congela per un istante, il salato si tuffa nella sua lingua. Dalla maschera tutto appare più grande, anche le sue convinzioni.
Dal boccaglio espira a grandi getti paura e liberazione. Immerge in quell’abisso blu le sue verità e muove sinuosamente e verticalmente il suo tormento, giù, in cerca di pace e risposte.
Quanto vorrebbe appartenere a quel mondo!
Il manto cristallino la avvolge in spirali di onde increspate che cavalca con passione. Quella mattina è mosso, come la sua decisione che non rimarrà statica. Le sue ansie si placano, poi riaumentano. Solo quel liquido può trattenere la sua ingordigia, senza giudicare la sua follia. Lei l’ha scelto per sempre, ma in modo diverso da quella società che le sta stretta. E’ un contratto con il mare, firmato con il rischio. Pronuncerà il suo si a molti metri sotto la superficie contro quel salmone del buon samaritano, tutto ordine e pulizia. Un matrimonio in apnea: fedele solo a se stessa.
Sopra le manca il fiato, i polmoni si accartocciano, dimenticando come pompare ossigeno. Solo in quel grande liquido amniotico percepisce la vita che c’è in lei, e solo giù sa che troverà quella verità che le riesce cosi difficile masticare.
Un brivido di benessere la stuzzica: quanto sente le sue mani nodose sui suoi seni gonfi di piacere, quanto brama quella lingua avvolgente schiacciarsi contro la sua pelle quasi a voler sfondare la barriera che li separa.
La saliva si cristallizza, umidificando negli anfratti umidi delle sue curve, riflessi ora nelle grotte di una città sommersa.
1 minuto e mezzo, 8 metri, pace sconfinata. E ancora nessun prete in vista con fedi e promesse.
Un guizzo e le pinne spingono verso la superficie, ancora non è pronta per osare. Deve scaldarsi per bene.
1 minuto e 45, 10 metri, fitte anfibiche che la smuovono tutta.
Una capovolta a squadra e le pinne sopra la sua testa la spingono giù insieme a quell’odore che la trascina a cercare ancora per farlo durare il più possibile, perché senza quel gusto amaro, la pelle si inaridirebbe, seccando i suoi desideri.
Per rimanere umida di vita si spinge a meno 15 metri, ritrovando per un attimo le risposte, quel tanto per calmare il tom tom del suo battito scomposto.
Perché tornare su per uccidersi lentamente? No, deve viverla fino in fondo quella storia, senza ripensamenti.
Un ultimo sguardo a ciò che sta per lasciare, una lacrima copre lo spazio esiguo tra l’occhio e il vetro della maschera.
Nessuna espirazione potente, a che servirebbe ripulire i polmoni di ossigeno?
E’ pronta ad impegnarsi sotto, a tornare feto, embrione, acqua, spirito. E ad annegare la morale.

Fammi godere
lei graffia
e lui l'accontenta,
come può.
Dammi il paradiso
lei prega
e lui s'improvvisa
come sa.
Dammi il sogno
lei implora
e lui disegna strade,
come dovrebbero essere.
Dammi un dubbio
lei grida
e lui ne ha tanti,
come respiri.
Fammi di più
lei trema
e lui ci riesce,
come se fosse vero.
"E io ci provo a scriverti, amore cercato e non ancora legato con tutti i miei lacci di tenerezza.Lo faccio con le parole che l'inchiostro non scrive, i tasti di un computer non battono e che non stanno buone neanche se le chiudo dentro una bottiglia e le affido al caso e all'acqua del mare. Uso invece le parole che abitano silenziose dentro di me, che su di te fantasticano e di te mi suggeriscono tracce. Sono loro che mi raccontano dei tuoi occhi neri e stretti che certe volte salgono dritti al cielo e si fanno azzurri o si nascondono nell'insalata del piatto e si bagnano imprevedibili di verde. E così ti vedo passeggiare sulla sabbia pesante d'inverno, una sciarpa stretta al collo, oppure in camera, allungato con le scarpe sul letto che guardi il soffitto o che ridi e divori di allegria una pizza calda con la mozzarella che fila. Penso che la mattina sei lì che ti chiedi dove sono, quale buca sulla terra mi ha inghiottita finora, quale siepe mi nasconde ai tuoi occhi. Ti chiedi se ho la faccia rotonda di bambina o spigolosa da gatto, se mangio sfottente schifezze o se sono sempre a dieta e cosa vedo nello specchio quando mi guardo. E ci provo pure io, cosa credi, a scivolare in punta di piedi nella tua camera, accarezzo gli oggetti che non sai buttare. Sono sicura che sul tuo comodino c'è un libro e vorrei che fosse Il Piccolo Principe, con le pagine consumate dal leggi e rileggi. Tu forse sei nel punto opposto del mondo e parli un'altra lingua, ma se scavo e scavo, da qui, dove sono ce la faccio a sbucare dove sei tu e magari ti trovo. O invece abiti al terzo piano del palazzo di fronte e io che non lo so, ho già urtato il tuo sguardo sull'autubus. Però io da qualche parte lo so che ci sei: un francobollo, un indirizzo, non ce la fanno a trovarti, però possono farlo le parole lasciate navigare dentro di me, sospese alla coda di un aquilone o che girano in tondo dentro una boccia di vetro con un pesce rosso. E so che non posso sbagliarmi, non posso lasciarti scappare in questa vita e se questa non bastasse, stanne certo, ti scoverò nel punto dello spazio e del tempo che ti nascondono. E già adesso, comunque, ti amo"

Parentesi pazza di tempo
al di là di ogni tempo.
Nessuna logica
e niente ragione.
E' così tanto
è così forte
è così vero.
E'.

Per
iscrizioni e donazioni 2009 c/c postale 68247154





























