Handel - Xerxes - Ombra mai fu - Fritz Wunderlich

 

scritto il 27/10/2009 alle 10:59
amore, frammenti, addio, notte, morte, halloween, -prosa, -racconti

TLe All Star Rosse eneva Strette Le Mani al Volante….e si guardava attorno cambiava traccia del cd molto spesso a volte troppo spesso…,al suo fianco quella ragazza,i suoi occhiali a cuore rossi, il suo vestito bianco e candido, le sue vecchie all star Rosse, il sole delle sei del pomeriggio,la illuminava sfrecciavano sull’asfalto senza nemmeno guardarsi, senza nemmeno coinvolgersi,la musica gli donava il ritmo loro si limitavano a seguirlo, loro si limitavano a seguirlo…….la notte non arrivava non osava venire fuori dall’orizzonte in quel pomeriggio estivo placido e Condito di chitarre distorte,

 

Si Scrutavano per pochi secondi piu o meno ogni 600 metri, piu o meno ogni 600 metri, lei canticchiava, il sole la baciava delicato come un’innamorato respinto la polvere che si sollevava e danzava con il vento, alla loro destra il mare…cartelli autostradali stanchi e spinti dal vento, una carcassa di un cane giallo,riversa sul selciato, una frenata brusca, la ragazza scende dall’auto, e si avvicina al cane ormai preda delle mosche, caccia delicatamente via i minuscoli animali, sposta una ciocca di capelli dietro l’orecchio e impone le mani sul volto del cane, che nel giro di pochi secondi si alza e scondinzolando va via verso il deserto…..in silenzio la ragazza ritorna sui suoi passi le sue scarpe rosse impolverate lasciavano delle impronte nella polvere, il ragazzo scriveva il suo diario, con una piuma,lunga bianca e Grigia.

 

Cercavano tra i rifiuti, Imparavano molto della gente, una volta avevano trovato un vecchio album, c’era una ragazza fotografata in pose allegre, e dietro di lei una piazza gremita di gente fino all’inverosimile, il ragazzo pensò che doveva essere una di quelle città d’arte dove tutti, fanno metodicamente la stessa azione, dove transitano un milione di persone al giorno e quel milione scatta la stessa identica foto di fronte allo stesso monumento, in posa davanti alla fotocamera a impressionare un attimo insignificante a fermare i passi di milioni di persone per un rituale strano e che il ragazzo e la ragazza non riuscivano a capire eppure, non riuscivano a togliere lo sguardo da quell’album e non riuscivano a spiegarsi il perché era finito li tra quei rifiuti dimenticati.

 

Non conoscevano la lingua di quel paese,la ragazza piegava la testa verso destra, quando non capiva qualcosa, come fanno i gatti, il ragazzo si grattava la nuca, l’alba nel deserto li aveva maltrattati, avevano passato la notte a scacciare i coyote, e a strappare libri interi per alimentare il fuoco, continuavano a non parlarsi… la notte scorreva e le nuvole facevano strani veloci movimenti.

 

Le mani del ragazzo sono sporche d’inchiostro, i suoi capelli impolverati e i suoi vestiti ancora di più tutto ha le gradazioni della sabbia del deserto, gli occhi dei coyote, brillano nella notte come luci accese e sparate all’improvviso….loro due non hanno paura, nemmeno si guardano, nemmeno si scrutano ma sono insieme e come se non potessero fare altro che stare insieme, legati a pochi metri di distanza uno guida e l’altra guarda il paesaggio, uno scrive e l’altra respira, uno dorme e l’altra sogna,l’automobile è coperta di polvere, parcheggiata di fianco alla carreggiata attraversata da una striscia Gialla, ogni tanto qualche camion muove l’aria e qualche cadillac con un tizio vestito da Elvis che fa un cenno di saluto..la ragazza con le All star fa un cenno ed un sorriso, il ragazzo non si guarda attorno ha gli occhi piantati sulla sabbia o sugli avvoltoi che girano nel cielo, blu di quella mattinata che ormai si era fatta strada, il fuoco era ormai spento…..e loro due senza nemmeno guardarsi risalirono in macchina,e proseguirono verso la città, una città che si stagliava in mezzo al deserto, una città impolverata e stanca, come un vecchio che non sa più dove andare e che si alza al mattino presto per dar da mangiare ai suoi Gatti.

 

La città è silente,sembra una città fantasma la ragazza guarda tutto attraverso i suoi occhiali a forma di cuore, il ragazzo guida con una mano mentre l’altra mano è tra le sue labbra si mordicchia un dito e il suo sguardo è pieno di paura e di profondo smarrimento, eppure guida, la striscia gialla non fa altro che la sua strada..e il suo lavoro…la polvere del deserto si fa meno invadente, il vento è girato adesso soffia da nord, la ragazza si alza in piedi e apre le braccia al vento, sorride spensierata, e reclina un po’ la testa all’indietro e sorride, e mentre lo fa mima il battito di ali con le sue braccia lunghe e bianche.

 

Lasciarono l’auto dentro un vicolo, che era buio e  pieno di porte di legno inchiodate con delle pesanti assi, non c’erano animali, in quel vicolo,non c’erano panni stesi,ne voci, non c’era il rumore della Tv, ne della radio, i ragazzi proseguirono a piedi cercando qualcosa, qualche foto,qualche rosa secca,qualche traccia di vita, camminavano senza fare rumore sulle grosse pietre, tutto era avvolto nel silenzio e nel calore di quella mattina. Più camminavano più si rendevano conto che quella città era vuota, nessun gatto attraversava la strada,nessuna auto, niente di niente, solo silenzio, non facevano rumore ma immersi dentro a quel silenzio sembrava che i loro respiri fossero un elemento di disturbo, fossero fuori luogo, e fastidiosi come unghie sulla lavagna, si addentravano e saltavano da un vicolo all’altro, da porta inchiodata a porta inchiodata da piazze vuote a parchi completamente in balia della vegetazione camminavano a fianco, e i loro volti erano tesi e pallidi, i loro passi sempre più incerti, e nel cielo le nuvole correvano veloci e le ore passavano,  e i ragazzi non smettevano di camminare….i due si erano persi, e il buio avanzava nessuno dei due sapeva tornare indietro, la ragazza cominciò a piangere silenziosamente appoggiata ad un muro di mattoni rossi teneva le mani giunte e appoggiate al ventre…le lacrime le rigavano il volto, il ragazzo non smetteva di mordersi il pollice sinistro in preda a un panico silenzioso e personale,nemmeno stavolta si guardarono. Rimasero stretti tra le proprie braccia mentre il buio si impadroniva di tutto e il silenzio si faceva più pesante e più sordo.

 

I rumori della notte facevano sobbalzare la ragazza, funzionavano solo pochissimi lampioni che emettevano una fioca luce gialla, nessuna insegna, nessuna vetrina, solo pochissimi lampioni e il battito delle ali dei pipistrelli, che volavano vicini alle loro testa, i ragazzi erano seduti vicini su una paio di grosse pietre,appoggiate vicino all’ingresso di una piazza circolare completamente vuota, con al centro due enormi fori.

 

Si alzarono e stavolta i loro passi si sentivano nitidamente nella notte, il ragazzo cercava di illuminare i loro passi con un’accendino a benzina,porse la mano alla ragazza che la raccolse, tremavano entrambi, dentro questo strano film muto, pieno di pipistrelli e lampioni gialli,e chissà dove era la macchina e chissà che fine avevano fatto le loro parole….

 

Dal buio usciva il suono di passi,stivali pesanti e con un suono quasi metallico,dei colpi di tosse, talmente forti da creare un’eco inquietante in tutta la piazza, i ragazzi al centro di essa vicino ai due fori, una figura imponente, cercava di venire fuori dal buio ma era come se il buio stesso la partorisse tra un colpo di tosse e l’altro.

Era un’uomo alto quasi due metri,con i capelli neri  legati da una coda, il pizzetto anche esso nero e ben delineato, indossava un cappotto grigio,e dei pesanti stivali di cuoio,sorrideva e dalla sue labbra usciva lo scintillare di un dente d’oro,si liberò del tutto del buio, aveva un’occhio solo,color ghiaccio il ragazzo smise di mordicchiarsi il dito e si mise dritto ad affrontare l’uomo, la ragazza singhiozzò e si rannicchiò su se stessa e si sedette per terra, il ragazzo era piccolo e minuto in confronto all’uomo, cheaveva la palpebra sinistra cucita con del filo rosso, a pochi centimentri di distanza tossiva e sorrideva,aveva dei bottoni in mano,bottoni di tutte le misure e di tutte le forme,un’ultimo colpo di tosse e poi disse, “Benvenuti, siete i soli che vedo da più di cento anni, questa città è rimasta cosi, abbandonata per anni e io sono il suo custode, sono anni che non parlo con nessuno sono schiavo del silenzio ,il silenzio che riempie ogni vicolo di questa città mi dispiace che adesso uno di voi dovrà restare con me, perché è cosi che vuole la città è cosi che vuole il destino mi dispiace” e nel dire questo prese un coltello dalla tasca interna era una lama ondulata con un’impugnatura d’argento massiccio,  il ragazzo si guardò attorno, ma solo le nuvole in cielo, erano testimoni di questo evento, il ragazzo spostò la ragazza, che si ferì alla tempia, cadendo pesantemente su se stessa e rompendo anche gli occhiali a forma di cuore, il ragazzo spinse l’uomo che non si mosse, sembrava un palazzo piantato a terra, con pesanti fondamente mentre il ragazzo sembrava una goccia di pioggia,destinata a scivolare via…l’uomo affondò il colpo, sul petto del ragazzo, che singhiozzò ma non pianse, che guardò fisso l’uomo negli occhi mentre il sangue nero le correva via dalla vene, l’uomo lo poso delicatamente a terra e disse” mi dispiace ragazzo ma è il volere della città io ubbidisco a queste pietre” la ragazza con il sangue che le scorreva sul viso prese tra le mani la testa del ragazzo e finalmente lo guardò avevano entrambi gli occhi marroni, il ragazzo non li aveva più pieni di paura, mentre la ragazza li aveva pieni di pianto, e il suo vestito bianco si macchiò di sangue, mentre in ginocchio accarezzava i capelli del ragazzo con le dita mangiucchiate, e i due che non si parlavano non si parlarono nemmeno stavolta, la ragazza rimase li a tenere la testa del ragazzo, piangendo, in mezzo al silenzio, tra il buio e i sassi, di quella città fantasma…


scritto il 25/10/2009 alle 14:11
-racconti

"Scusa è da tanto che non passa il pullman?" si finse preoccupata di arrivare in ritardo
"Non so, io sono appena arrivato" Rispose Mario fingendosi indifferente e cercando di non illudersi che la ragazza stava tentando un approccio
"Cavolo, è vero, mi sono dimenticata che oggi è sciopero dei pullman. Se tra un po' non passa penso che mi farò accompagnare..."
"Ah si, buono, fai bene" Abbassò lo sguardo un po' deluso e tra sè e sè pensava "sicuramente dal suo fidanzato"
"Vai anche tu al Gioberti, vero? Ti vedo sempre. Facciamo tutte le mattine la stessa strada..."
"Si, esatto, faccio 3^G"
"Sei un tipo laconico. O forse soltanto tanto timido. Beh vedo che il pullman sta arrivando, non ci sarà più bisogno di chiamare mio padre"
Mario sorrise a Marta:è così. Anche lei era single e probabilmente stava tentando quell'approccio che lui non aveva mai osato. Forse poteva avere qualche speranza, ma nel dubbio era meglio non illudersi troppo.
Salirono entrambi sul pullman, si sedettero vicini nonostante ci fossero una miriade di posti a sedere liberi. Calò un momento di silenzio. Di imbarazzante silenzio.
"Ah già che stupida, oggi è il primo del mese, devo timbrare l'abbonamento" ruppe il silenzio e si alzò in direzione della timbratrice.
Il ragazzo sperava che lei facesse in fretta e si rimettesse a sedere perchè, anche se era questione di qualche secondo, già gli mancava il suo profumo e poi aveva paura che qualcun 'altro occupasse il posto accanto a lui. Stava per metterci lo zaino sopra per tenerglielo quando il suo profumo si avvicinò dinuovo vicino a lui. Ne riconobbe la marca perchè era lo stesso profumo che usava anche sua sorella, ma non le fece quest'osservazione per paura di metterla in imbarazzo e, sicuramente, si sarebbe sentito in imbarazzo anche lui.
"Piacere Marta" gli porse la mano e gli sorrise
"Mario" il ragazzo arrossì leggermente e abbassò lo sguardo.
Dinuovo qualche attimo di silenzio, silenzio di imbarazzo, ma anche tanto dolce.
"Dobbiamo scendere alla prossima, Marta"
"Già"
"Che ne pensi di scambiarci i numeri?" Sentì una vampata di calore, era dinuovo arrossito. Prese il cellulare in mano, ed era palese, che stava tremando. "se non vuoi non importa, non voglio essere invadente" pregava dentro di sè che lei accettasse la proposta.
"Ovvio!" disse emozionata Marta "3471799410"
"Ti faccio uno squillo" Mario si sentì tranquillizzato. Era un grosso sforzo per lui aver fatto un passo nella sua direzione, sperando di non sbagliare e allo stesso tempo, ora che anche lei sembrava essere interessata si sentì pervaso da un brivido di orgoglio.
scritto il 09/10/2009 alle 22:44
morte, metafora, -racconti

 

SEI VAMPIRI

 

C’è solo neve. Tutt’al più qualche palla di Natale, ogni tanto, fluttua sulla linea dell’orizzonte, come per scherzo, ed è subito ingoiata dal bianco. È un sogno, cos’altro volete sapere? Anche il sole è ghiacciato, ed è il sonno dei giusti.

Sulla donna, che giace su un fianco con il capo reclinato, e a malapena si puntella sul gomito sinistro, stanno i vampiri, silenziosi, sicuri, sobri, seri. Non hanno la volgarità famelica dei loro compatrioti, né le loro vesti fruste: inappuntabili, nei loro abiti da sera, con un giglio all’occhiello, terminano metodicamente il loro massacro.

Le loro fauci non fanno rumore nel pascersi del corpo della donna: il loro, più che un succhiare, è un trasferire, ricco di sapienza, modernità e tecnologia, ma senza scatti alla risposta. Ed ovviamente, mica s’intralciano.

Il primo, che è il più grasso, ha le labbra accostate alla nivea fronte della donna, e di lì sugge tutto il sangue che c’è nel cervello. I suoi denti sono pochi, ma larghi e robusti, e ciascuno di essi ha la forma di un piccolo schermo, cui aderiscono un cartellone completamente bianco ed una chiave di violino. Nella mano destra, stringe un sacchetto nero in cui raccoglie la materia cerebrale che, ogni tanto, cado dalla piccola ferita, eseguita con precisione chirurgica proprio sopra i seni paranasali.

Il secondo si è premurato, prima di venire, do procurarsi uno specchio, che ha posto sugli occhi cerulei della giovane donna, che sono il suo punto d’approvvigionamento. Mentre le sue orbite perdono progressivamente colore, e si spegne ogni irritazione nel suo sguardo, ella vede, riflessa nel vetro, una moltitudine di figure in ombra, impacciate nei movimenti, sullo sfondo di una parete di pietra. L’ultima cosa che sente è un bacio.

Il terzo si è accontentato della mano sinistra, di cui si occupa, però, con insolita cura. La tiene delicatamente tra le sue, la accarezza, ne saggia la consistenza delle nocche con un interesse che non è meramente tecnico, ne esamina le varie linee, ne assapora il fitto reticolato col naso. Poi la chiude a pugno: ed ecco che un raggio di luce, colore del fuoco, si sprigiona da essa, e si ha una visione (ma non si sa se sia del vampiro o di tutti) di un cielo, di un mare, di un bosco, di un burrone. È allora che, a malincuore, egli dà inizio al suo ingrato ma doveroso pasto.

Il quarto, invece, dimostra molto meno rispetto per la mano destra, che è verdognola e perlopiù malata di ittero. Ci ha sputato più e più volte sopra, cospargendola di macchie violacee, e poi l’ha leccata, con la sua lingua lunga, stretta e scura, arrotolata opportunamente per l’uso. Ha tenuto ben aperta la mano, perché soffre di un leggero disturbo di vista; e forse, nella forza, ha inavvertitamente spezzato qualche falange, il che è un inconveniente non trascurabile, visto che i pezzetti d’osso guastano il sapore del sangue. Ma chi si accontenta gode.

Il quinto, infine, che è il più emaciato, e certo il più assetato, si è appropriato del petto, e si nutre con appassionata fedeltà e morbida ferocia qualche centimetro sopra il prosperoso seno della donna. È il più violento dei cinque, e spesso, a causa sua, la donna, pur se incosciente, si è agitata tra le sue fauci con spasmi sempre più incontrollabili. La maggior parte del suo sangue va a lui, che pure tutti gli altri temono e tengono lontano. Egli è l’unico che sorride, ma ha le lacrime agli occhi.

Dracula arriva in quel momento, immortalando quello scenario con il suo sguardo spento, quasi fosse una già più remota fotografia. È attonito e incredulo: non pensava davvero che i suoi compagni – e sottoposti – non l’avessero aspettato per il festino. Intenti come sono a suggere il sangue delizioso, essi non si preoccupano affatto della sua presenza, né si peritano di suggerirgli una giustificazione: anzi, continuano come se nulla fosse.

Egli lancia loro un’occhiata truce, poi inquieta, poi disperata. Infine, ma già con un solo filo di voce rimasto, esclama: – E a me cosa resta, allora? –

Così i suoi cinque compagni allungano ciascuno una mano e gli consegnano un mazzo di rape.


scritto il 17/09/2009 alle 01:24
-prosa, -racconti

VERGINITA

Non ci sono molte cose che posso dire di aver fatto.
I miei ventotto anni sono tutti qui, li porto sempre nella mia borsetta con la cipria ed il rossetto. E conservo, nel taschino laterale, la mia infanzia con due spiccioli di sogni che non servono a comprare neppure lo straccio di un ricordo.
Si è bucata anche la stoffa della borsa. Resto in piedi a srotolare la memoria. Immobile, accanto al letto di mia madre ascolto la voce della notte. E se la notte potesse parlare resterebbe zitta, lascerebbe ogni cosa al suo posto e non andrebbe mai a contemplare le onde nere del mare.
Come sono i miei giorni lo racconta il ritmo dell'ora che passo come me che sono sempre la stessa; mentre loro mi sembrano sempre tutti uguali.
Oggi sono tornata a casa stanchissima.
I bambini sbraitavano insistentemente e non sono mai riuscita a farli stare fermi.
Nemmeno un momento si sono fermati e non so darmi pace.
Non ho ereditato le grida dei figli e non ho vissuto in una famiglia numerosa. Io figlia unica, sto parlando dei bambini che mi hanno assegnato.
Venticinque bambini scatenati che invece di starsene fermi su quei venticinque miserabili banchi non fanno altro che correre e saltare per cinque ore filate.

scritto il 14/09/2009 alle 16:34
amore, racconto, eternità, -prosa, -racconti

proiettato-amanti-spiaggia_~1783907

La bellezza è una forma di genio, anzi, è la più alta del genio perchè non richiede spiegazioni.      Oscar Wilde

 

La tela nell'infinito

 

Come potrebbe definirsi l’inevitabile incontro fra due anime perse? O identificarne la risultante? Non ho problemi a chiamarlo con un unico e stesso nome: fato.

Nel momento in cui queste due anime si fondono in un’unica essenza, ogni tassello prende il suo posto, in un momento di estrema e perduta illuminazione il fato ha un ruolo determinante.

E chi più di me potrebbe raccontare ogni istante, ogni parola pronunciata, ogni immagine ritratta su quella meravigliosa tela ch’è l’universo e la natura tutta.

Era un mattino solare come tanti estivi che si succedevano lì, sul Gargano, dove monti e mari sono la perfetta congiunzione degli spiriti colti, come scriveva Gautièr.

Era particolarmente bella Saba, la mia migliore amica sin dai tempi del liceo, quel giorno quando ci ritrovammo sulla piazzetta, alle nostre spalle il borgo antico e davanti il mare azzurro, baciate dalla brezza fresca dell’alba che man mano andava stemperandosi. La sua chioma mora sembrava fosse tutt’uno con le spire e il suo viso era abbronzato da quel sole che tanto arride a questa terra così generosa quanto incompresa. La sua bocca regolare e lucida coronava con la sua dentatura bianca, un sorriso argentino e volitivo.

scritto il 13/09/2009 alle 10:16
-racconti

 Mary aveva mani piccolissime, come una bambina. D’altronde anche Mary era piccola, col suo metro e mezzo di altezza l’avresti scambiata facilmente per una dodicenne. Solo un seno decisamente fuori proporzione tradiva il suo esser donna. Capelli nero corvino incorniciavano un viso dall’espressione perennemente seria, severa, sottolineata da labbra rosso acceso naturale. Gli occhi neri, profondi ti agganciavano al primo sguardo per non mollarti più. Si lamentava spesso del suo essere piccola, tascabile, ma era orgogliosissima delle sue mani. Possedevano un’abilità rara, sapevano adeguarsi velocemente a qualsiasi attività manuale lei decidesse intraprendere, erano la sua vera e unica fortuna. Era nata in un paesino sperduto della Lucania, Rabatana di Tursi, abbarbicato su una collina rocciosa e mezzo diroccato. Paese fantasma, quasi disabitato che tra le bellezze naturali e le rarità architettoniche nascondeva la ferita profonda di quelle terre: la povertà e molto spesso l’ignoranza, sua figlia prediletta. Non fatevi ingannare dal nome decisamente “yankee” della nostra eroina, l’aveva chiamata così sua madre in memoria di un soldato americano conosciuto alla fine dell’ultima guerra, chissà come sperdutosi tra quelle rocce aspre e meravigliose che circondano Matera.
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