Il dono di Antony

Il profumo del pane appena sfornato proveniva, stuzzicante ed invitante, dall’interno di un elegante panetteria, attigua ad uno dei tanti caffè parigini all’aperto che si trovavano lungo la strada che stavo percorrendo dirigendomi verso l’Ile de la Citè.
Mi accostai alla vetrina scorgendovi ogni ben di Dio. In bella mostra, sull’ampio bancone del locale, erano esposti pani e dolci di ogni forma e varietà che catturarono totalmente sia la mia vista che l’olfatto.
Entrai all’interno del locale, annunciata dal suono argentino di una campanella che si metteva in funzione ogni volta in cui un cliente apriva la porta per accedere nel negozio.
“Buongiorno signorina. Posso esserle utile?”, mi chiese la giovane commessa che si trovava dietro al bancone.
Io rimasi per qualche istante in silenzio, indecisa su quale tipo di pane indirizzarmi, cercando di frenare la mia golosità che mi suggeriva di acquistare un po’ di tutto quello che vedevo.
“Mi dia quella bella baguette”, decisi infine orientandomi sul classico, indicando alla commessa, attraverso il vetro, la forma di pane che mi sembrava più cotta e dorata delle altre.
“Ci aggiunga anche un paio di meringhe glassate di cioccolato”, le dissi, decisa a concedermi un pizzico di dolce felicità, dimenticandomi di essere a dieta.
Uscii dalla panetteria tenendo sotto il braccio la lunga e fragrante baguette appena acquistata, sentendomi buffa e imbarazzata benché non fossi la sola persona a farlo.
Attraversai il Pont de la Tournelle, ammirando la Senna che scorreva impetuosa sotto di esso, solcata da alcuni battelli turistici carichi di passeggeri desiderosi di esplorare gli splendori della città di Parigi.
L’ appartamento in cui vivevo, si trovava solo a qualche metro di distanza dalla Torre Effeil e ogni volta che mi affacciavo sul mio terrazzo, riuscivo a scorgerla tra le fronde degli alberi in tutti i suoi 300 m di altezza, su cui non avevo mai avuto il coraggio di salire, dato che la sola idea dell’altezza mi faceva tremare di paura.
I rintocchi vibranti e commoventi delle campane, che giungevano dall’antica cattedrale di Notre Dame, mi ricordarono che era una domenica di festa.
Mancavano poco più di tre settimane a Natale e Parigi era ancora più sfavillante del solito, illuminata dalle tante luminarie accese e colorate che decoravano le vie e le vetrine dei negozi.
Notre Dame, in quella gelida, ma assolata, mattinata di dicembre mi appariva ancora più imponente del solito.
Inevitabilmente, come ogni volta che mi trovavo a transitare davanti alla cattedrale, il mio sguardo si diresse verso l’alto, abbracciando la spettacolare architettura del edificio. Ciò che attrasse di più la mia vista furono gli strani doccioni scolpiti nella roccia in fantasiose forme gotiche, che rappresentano dei mitologici mostri di pietra.
Più di una volta mi ispirai a loro per ideare e dar corpo alla trama delle mie favole.
Quando l’estro tardava a farmi visita ero io ad andarlo a cercare, dirigendomi in questo luogo incantato e fiabesco, dove anche l’aria sussurrava parole capaci di trascinare in un mondo irreale ed era imprigionando la loro essenza nell’inchiostro della mia penna, che riuscivo e riesco ancora oggi a far sognare tutti i bambini che si perdono nella lettura delle mie storie immaginarie.
L' incontro tra me ed Anthony avvenne in un istante. Nel breve lasso di tempo durante il quale i miei occhi compirono il viaggio che dal cielo li condusse di nuovo alla terra, precipitando nel punto esatto dove lui era seduto sotto le navate della vecchia cattedrale.
La schiena poggiata alle antiche mura e una coperta consunta a coprirgli le esili gambe, cercando inutilmente di ripararlo dal freddo pungente dell’inverno.
Vederlo cosi debole e indifeso mi aprì una crepa nel cuore, facendo fuoriuscire da essa un fiotto caldo di liquida compassione a cui per trovare argine dovetti promettere a me stessa di non restare indifferente.
Non mi domandai il perché lo stavo facendo. Sapevo che quello che stavo per mettere in atto era l’unico gesto che la coscienza mi suggeriva di fare.
Mi accostai a lui senza alcun timore, certa che non mi avrebbe mai fatto del male.
Mi piegai sulle ginocchia trovandomi con il viso a pochi centimetri dal suo e gli accarezzai la pelle gelida, osservando i suoi occhi chiusi riposare in un sonno stanco ed agitato che non conosceva la comodità di un letto e il confortevole tepore di una calda trapunta sotto la quale giacere senza patire il freddo.
Lui si svegliò di soprassalto. Scostò di scatto la coperta che lo copriva e balzò di colpo in piedi. Solo allora vidi che tra le braccia stringeva un piccolo barboncino dal pelo bianco come la neve che iniziò ad abbaiare, impaurito, contro di me.
Rimasi per un attimo sgomenta di fronte ade essi, non trovando le giuste parole da rivolgere a quel uomo che mi guardava allibito attraverso i suoi occhi così chiari che sembravano aver rubato un frammento dalla vetrata del rosone della cattedrale, catturando in essi quelli di un angelo.
“Non…non abbia paura”, balbettai un po’ intimorita dalla sua reazione inaspettata. “Non volevo svegliarla”, aggiunsi, compiendo qualche passo all’indietro.
Lui rimase fermo dove si trovava, senza proferire parola, volgendo uno sguardo affamato alla baguette che tenevo ancora sotto il mio braccio.
Gliela porsi sorridendogli, comprendendo dal suo viso scavato che dovevano essere trascorsi diversi giorni dal suo ultimo pasto decente.
“Grazie…”, farfugliò lui afferrando la forma di pane con entrambe le mani, evitando di guardarmi negli occhi.
“Se ha fame posso accompagnarla in un bar e offrirle una tazza di cappuccino e un cornetto caldo”, gli proposi io mentre poggiava a terra il suo barboncino cedendogli un po’ di mollica di pane.
Lui non mi rispose ed io mi piegai di nuovo sulle ginocchia per accarezzare la testolina morbida del suo cane.
“Come si chiama?”, gli chiesi intenerita dal modo in cui lui lo osservava mangiare.
“Quasimodo”, rispose laconico, masticando anch’esso un po’ di pane.
“ Cosa mi risponde? Vien o non viene con me?”, insistetti di nuovo, cercando di vincere l’evidente resistenza che poneva nei miei confronti, incontrando di nuovo il suo sguardo smarrito.
“Forse preferisce che sia io a portarle qualcosa qui?”, gli domandai, mentre Quasimodo scodinzolava felice annusando il sacchetto con le meringhe.
“Intanto prenda anche queste”, proferii io mettendogli tra le mani l’involucro che profumava di zucchero e vaniglia.
“Mi sembra evidente che il suo barboncino gradisca anche un po’ di dolce”, dissi cercando di strappargli inutilmente un sorriso.
“ Mi attenda qui, non se ne vada. Sarò di ritorno tra qualche istante”, aggiunsi voltandogli le spalle, sperando che desse ascolto alla mia esortazione.
Feci ritorno sotto le navate della cattedrale un quarto d’ora dopo, tenendo in una mano un grosso bicchiere di carta colmo di cappuccino caldo e schiumoso e nell’altra un sacchetto con un paio di cornetti ripieni di confettura di albicocca.
Mi guardai attorno, cercando con gli occhi l’uomo e il suo barboncino, ma di loro non c’era più traccia.
Solo osservando meglio mi resi conto, che, invece, un segno della loro presenza l'avevano lasciato. Nell’angolo dove fino a poco prima l’uomo stava dormendo, c’era un blocco da disegno, che doveva aver dimenticato di portare via con se.
Decisi di raccoglierlo e curiosa di scoprire quali bozze contenesse iniziai a sfogliarlo, rimanendo colpita dalla maestria e dalla perfezione con la quale erano stati effettuati quei disegni, realizzando che sarebbero stati un perfetto complemento illustrativo per la favola che stavo scrivendo.
Riposi l’album all’interno della mia borsetta e mi avviai verso casa, intenzionata a ritornare in quel luogo il giorno seguente, augurandomi di ritrovare quel angelo della strada che avevo appena incontrato, ma che già iniziava a farsi spazio tra i miei pensieri.
Non appena aprii la porta del mio appartamento la mia gatta, Esmeralda, mi venne incontro, drizzando la coda, per attirare la mia attenzione.
La sollevai tra le braccia osservando il suo grazioso musetto grigio mentre con il nasino rosato annusava la mia spalla.
Mi misi a sedere su una sedia, poggiandola sulle mie ginocchia ed iniziai a lisciarle il pelo soffice constatando con una certa sorpresa l’attinenza del suo nome con quello del barboncino che apparteneva all’uomo appena conosciuto sotto le navate di Notre Dame.
Esmeralda e Quasimodo, come i due personaggi protagonisti della storia scritta da Victor Hugo, ambientata sullo sfondo dell’antica cattedrale nella Parigi quattrocentesca.
Esmeralda faceva parte della mia vita ormai da un paio d’anni, esattamente dal giorno in cui la trovai in un cassonetto della spazzatura, nel quale qualche anima malvagia doveva averla gettata senza provare il minimo rimorso.
Quando la scovai chiusa in un sacchetto di plastica, oramai più morta che viva, era un piccolo battuffolino caldo di pelo grigio, sotto il quale, un cuoricino minuscolo combatteva la sua battaglia per continuare a vivere.
Il veterinario, da cui la portai per farla curare, mi suggerì di sopprimerla, ma io mi opposi a una soluzione cosi crudele e decisi di portarla a casa con me.
Stesi una coperta di lana sul mio letto e ve la posi sopra vegliandola per l’intera nottata.
Non so se sia stata la forza del mio amore, oppure se è vero, come si dice, che i gatti abbiano sette vite, ma Esmeralda la mattina seguente, spalancò gli occhi e miagolò come per ringraziarmi di non essermi arresa e non averla lasciata morire.
Da quel giorno diventammo amiche inseparabili.
Ogni sera, quando mi sedevo sul mio divano, per guardare qualche film d’amore che davano alla televisione, lei si accoccolava sulle mie ginocchia e si addormentava ronfando placidamente.
Anche mentre lavoravo al computer, intenta nella stesura delle mie favole, si acciambellava vicino ai miei piedi e restava ad osservarmi, con i suoi occhi felini screziati di giada.
Esmeralda salvò la mia vita come io ho salvai la sua. Se non avessi avuto lei, sarei potuta impazzire di dolore.
Con la sua piccola presenza riempì il senso di vuoto, che da quando ero rimasta sola, attanagliava e annientava il mio cuore.
A volte tra le quattro mura della mia casa avevo la sensazione di soffocare, mentre in altri momenti invece la mia camera mi appariva più immensa del un salone di un castello ed io, in essa, mi sentivo spaventata e smarrita.
Da quando Antony non c’era più avevo perso il senso della misura, perché era lui il metro con cui valutavo tutte le mie emozioni e la mia stessa vita.
L' appartamento in cui vivevo avevamo deciso di acquistarlo insieme. Era proprio come lo desideravamo.
Una mansarda in legno che possedeva un piccolo salottino, in cui ricavammo un angolo cottura, la nostra camera da letto con le pareti dipinte di azzurro e un essenziale bagno di pochi metri quadrati. Il nostro piccolo paradiso d’amore racchiuso in tre stanze.
Io e Antony, facevamo i salti mortali ogni mese per pagare l’affitto della nostra casa da bambole e nello stesso tempo riuscire a mettere da parte i soldi che ci occorrevano per il nostro matrimonio.
Il denaro non era mai abbastanza, cosi Antony, presto fu costretto a lavorare anche di notte.
Trovò un posto di lavoro come autista di taxi e spesso, la sera, quando usciva dalla scuola privata di musica, in cui impartiva lezioni di pianoforte, si metteva alla guida della sua vettura gialla, conducendo le persone, che facevano parte del popolo della notte, attraverso le vie di Parigi.
Rientrava in casa solo alle sette del mattino, appena in tempo per salutarmi prima che io uscissi per recarmi nel ospedale di Saint Louise, dove lavoravo come infermiera .
Ad Antony non l’avevo mai detto perché me ne vergognavo, ma per racimolare qualche soldo in più, spesso, avevo posato nuda facendo da modella per un quadro di un giovane pittore dagli occhi scuri e avidi di catturare la sinuosità del mio corpo non solo sulla sua tela e rendermi oggetto di attenzioni ben diverse da quelle artistiche.
Ma il mio amore per Antony era cosi totale da farmi divenire cieca ad ogni altra passione.
Volevo solo lui, non desideravo altro oltre i suoi baci e le sue carezze.
Per me la felicità stava tutta nell’assopirmi tra le sue braccia e svegliarmi la mattina seguente osservando il suo volto ancora addormentato.
Antony era il dono più bello che la vita mi avesse mai fatto, un regalo troppo prezioso per essere posseduto tra le strette parentesi del mio amore ed infatti il fato crudele decise di essersi sbagliato a consegnarmi tra le braccia un elargizione cosi importante e decise di riprenderselo indietro senza chiedere il mio permesso.
Alla data del giorno del nostro matrimonio mancava poco meno di un mese. Avevamo prenotato la chiesa e scelto i fiori con cui l’avremmo addobbata. Tante rose e margherite bianche, che sarebbero state il simbolo della purezza del nostro amore.
Anche il mio vestito da sposa era quasi pronto. Ero certa che Antony sarebbe rimasto a bocca aperta quando mi avrebbe visto varcare la navata della chiesa, nel mio candido abito nuziale, avvolta in una nuvola di tulle e seta, mentre raggiungevo con passo regale l’altare di fronte al quale gli avrei giurato amore eterno, coronando cosi il nostro sogno di diventare marito e moglie.
Ma sbagliavo a dare tutto ciò per scontato.
Pensavo che la felicità mi aspettasse per diritto e che nulla avesse potuto scalfire la gioia di un futuro immaginato perfetto come nei progetti che realizzavo, silenziosamente, nella mia mente. Purtroppo non avevo fatto i conti con gli infiniti i bivi che la vita decide di farci percorre anche contro la nostra volontà.
Avvenne infatti che l’esistenza di Antony, scelse per lui, una strada diversa da quella sulla quale stavamo serenamente camminando insieme, modificando di conseguenza anche il percorso della mia realtà.
Chissà se la mattina del giorno in cui tutto ebbe fine, Antony avvertì inconsciamente dentro di se qualche anomala sensazione suggerirgli che il suo destino si stava per adempire.
Chissà se immaginò che il caffè bevuto assieme a me, nel nostro letto, dopo aver fatto l’amore per tutta la notte, sarebbe stato il suo ultimo istante di piacere prima che la sua vita si andasse a scontrare drammaticamente con quella di un altro individuo senza coscienza. Un individuo che si appropriò indebitamente del nostro fragile universo di cristallo, mandandolo in pezzi nel breve scorrere dell’attimo in cui il suo dito fece pressione sul grilletto della pistola da cui partì il proiettile che attraversò il bivio, senza più alcuna via di uscita, in cui si trovava l’esistenza di Antony.
La polizia mi spiegò, che nella notte in cui ebbe inizio il mio incubo, un balordo era salito sul suo taxi puntandogli un arma alla tempia e minacciando di ucciderlo se non gli avesse consegnato tutto l’ incasso.
Antony si era opposto alle sua ingiuste intimazioni e l’uomo, un ragazzo poco più che ventenne, gli aveva sparato a bruciapelo, uccidendolo senza nessuna pietà.
Molta gente afferma che con il tempo il dolore si affievolisce e lentamente si spegne, ma non è la verità.
Sotto la cenere, le braci continuano a bruciare e se si soffia sopra di esse ci si rende conto che possono anche scottare. Io le bruciature per la perdita di Antony le porto ancora oggi sulla mia pelle ed è stato proprio per cercare di lenirle che ho iniziai a scrivere fiabe.
La realtà mi appariva troppo difficile da affrontare e cosi decisi di creare un mondo fantastico di cui io ero l’unica artefice. Un microcosmo nel quale annegai la concretezza quotidiana.
Lasciai il mio lavoro di infermiera e mi chiusi nella mia casa di cartone trascorrendo diverse ore seduta di fronte al monitor del computer, inventando per le mie storie le trame più irreali che la mia mente potesse ideare.
Quando ero troppo stanca per scrivere, prelevavo un libro dallo scaffale della libreria ed iniziavo a leggerlo, senza tenere conto del tempo che trascorreva, immergendomi nelle sue pagine finché i miei occhi non si chiudevano.
Presto mi ammalai di una strana forma di bulimia letteraria. Leggevo ogni genere di volume, dai testi classici della letteratura francese ai più leggeri romanzi rosa.
Tutto ciò per non tornare a far fronte alla vita di tutti i giorni. Andai avanti così per diversi mesi, uscendo di casa solo per recarmi a fare la spesa in qualche supermercato nelle vicinanze del mio quartiere. Fu proprio durante una di queste brevi uscite che avvenne il mio incontro con Esmeralda . Con essa nella mia vita entrò di nuovo un piccolo spiraglio di luce che mi guidò fuori dal tunnel buio della depressione in cui mi stavo smarrendo, permettendomi di riprendere a camminare sulle mie gambe, senza più paura di inciampare e farmi male.
Il miagolio di Esmeralda che reclamava la sua pappa, mi tirò fuori dal groviglio dei ricordi in cui ero rimasta intrappolata senza accorgermene, vittima di uno strano sogno lucido ad occhi aperti.
Mi alzai dalla sedia e raggiunsi la cucina, estraendo dalla credenza una scatoletta di cibo per gatti.
Mentre lei mangiava con gusto i golosi bocconcini, il mio stomaco gorgogliò, rammendandomi di non aver ancora pranzato, così mi preparai un insalata di tonno e pomodori, decidendo che dopo aver mangiato, mi sarei seduta al computer per continuare a scrivere la mia fiaba.
Lavai le poche stoviglie usate per cucinare. Mi diressi nella mia stanza e mi stesi sul letto concedendomi, come sempre, qualche minuto di relax pomeridiano prima di mettermi a lavoro. Cercai di non cedere completamente alla sensazione di sonno che improvvisamente era calata su di me ma ogni resistenza fu inutile. Mi lasciai vincere dall’incantesimo di Morfeo e mi addormentai.
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Il vento soffiava talmente forte contro le imposte della mia finestra, da impedirmi da riposare. Al telegiornale avevano annunciato che quella sarebbe stata una delle notti più fredde di tutto l’inverno. Mentre me ne stavo al calduccio sotto le mie coperte di lana e Esmeralda dormiva pesantemente ai piedi del mio letto, il mio pensiero andò nuovamente all’angelo della strada che sembrava essere volato via dopo il giorno del nostro incontro.
Non avevo sue notizie da quasi una settimana, benché mi fossi recata ogni giorno a Notre Dame per cercare di incontralo di nuovo e consegnarli il blocco di disegni da lui dimenticato.
Sopraffatta da una sensazione di inquietudine mi alzai dal letto. Infilai ai piedi le mie ciabatte rosse raggiungendo il salotto e osservai le lucine colorate, con cui avevo decorato il mio albero di Natale, accendersi e spegnersi ad intermittenza.
Quello che feci in seguito stupì anche me stessa. Afferrai il cappotto, dall’appendiabiti, lo indossai e uscii dalla porta senza curarmi di avere indosso solo il mio pigiama di pile.
Salii a bordo della mia macchina e guidata da una volontà, che solo in parte era la mia, raggiunsi l’antica cattedrale.
Lui era di nuovo lì, con la stessa coperta consumata tirata fin sopra le orecchie.
Il barboncino accucciato sotto il suo braccio destro tentava di cedergli un po’ del calore del suo piccolo corpicino, cercando di lenire il freddo che stava ferendo entrambi.
Scesi dalla macchina e mi avvicinai a lui. Le sue mani erano oramai due pezzi di ghiaccio e anche le labbra iniziavano ad assumere una innaturale colorazione bluastra. Compresi subito che non c’era tempo da perdere.
Lo sollevai da terra senza fare alcuna fatica talmente era magro e lo feci stendere sul sedile posteriore della macchina, dove Quasimodo si accucciò non appena aprii lo sportello.
Condussi l’uomo, di cui non conoscevo ancora il nome, nel mio appartamento e gli cedetti il mio letto.
Esmeralda, in un primo momento, rimase interdetta di fronte alla presenza di Quasimodo e arruffando il pelo si andò a nascondere dietro il divano, uscendone solo qualche minuto dopo, superando l’iniziale diffidenza con il barboncino e, incuriosita, lo iniziò ad annusare instaurando presto con lui un particolare rapporto di amicizia, che mi lasciò stupita dato che avevo sempre creduto che cane e gatto non potessero andare d’accordo.
Le mie competenze di infermiera mi permisero di prendermi cura di quel uomo senza chiedere la consulenza di un medico.
Per fortuna ero giunta appena in tempo sottraendolo dal pericolo di una grave ipotermia.
Gli restai accanto per tutta la notte, scaldandogli le mani fredde con il calore delle mie.
Osservando il suo volto dai tratti angelici, accarezzati da una folta capigliatura bionda e riccia, fui assalita dalla curiosità di sapere qualcosa in più di lui, cosi pensai di cercare nelle tasche del suo cappotto un qualche documento che mi svelasse la sua identità e infatti vi trovai un vecchio passaporto rovinato ed ingiallito.
La foto che c’era su di esso non era per nulla rassomigliante all’uomo che si trovava nel mio letto, tanto che pensai fosse stato rubato, ma esaminando attentamente i suoi occhi mi ricredetti. Nessun altra persona avrebbe potuto possedere uno sguardo cosi profondo e soave.
Si chiamava Gabriel Mc Kennit ed era nato a Londra. Purtroppo la sua data di nascita risultava illeggibile, lasciandomi nel dubbio di conoscere la sua età.
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Il pomeriggio seguente, quando tornai di nuovo da lui, lo trovai sveglio.
“Dov’è Quasimodo?”, mi chiese preoccupato.
“Non darti pena per lui”, lo rassicurai.
“Sta benone, forse anche meglio di te. L’altra notte, quando ti ho trovato per la strada ho avuto paura che tu stessi per morire”.
Lui voltò il viso dalla parte opposta alla mia. “Io sono già morto”, mi sembrò di sentirgli mormorare.
“Non hai un posto dove andare, Gabriel?”, indagai, lasciandomi sfuggire il suo nome.
“La mia casa è il cielo”, replicò lui, senza chiedermi spiegazioni di come facessi a conoscere come lui si chiamasse, lasciandomi spiazzata dalla sua risposta evasiva.
“Te la senti di alzarti e venire a cenare in tavola o preferisci che ti porti un piatto di minestra a letto?”, continuai a chiedergli, iniziando a sentirmi intimorita dall’aurea di mistero che lo avvolgeva.
“Posso sapere il tuo nome?”, mi domandò invece lui, scostando le coperte dal letto , scendendo da esso, compiendo poi qualche passo incerto per venirmi incontro.
“Io…io sono Sofia”, mormorai avvertendo nello stesso istante un inspiegabile sensazione di calore.
“Hai bisogno di vestiti puliti”, constatai, rendendomi conto che indossava degli abiti più tosto lisi e sporchi .
Aprii le ante del mio armadio e vi tirai fuori una camicia ed un pantalone, in precedenza appartenuti ad Antony.
Quella fu la prima volta, dal giorno della sua morte, in cui toccai di nuovo i suoi abiti, accorgendomi che avevano conservato ancora il profumo della sua acqua di colonia preferita.
Li porsi a Gabriel, comandando ai miei occhi di non versare alcuna lacrima, ma una di esse sfuggì alla mia volontà, bagnandomi la guancia.
“Tieni. Fatti una doccia ed indossali”, gli dissi, mantenendo lo sguardo basso per non mostrargli il mio turbamento.
“Non piangere”, bisbigliò lui, passando il suo dito sul mio volto, cancellando da esso quel piccolo zaffiro di nostalgia che era tornato a brillare sulla superficie del mio passato, lasciandomi sconcertata da quel gesto inaspettato.
Mi diressi in salotto ed iniziai ad apparecchiare la tavola, stendendovi sopra una tovaglia rossa con i bordi dorati ed alcune candele della stessa tinta per creare un atmosfera, il più possibile natalizia.
Esmeralda e Quasimodo, ormai divenuti amici per la pelliccia, dormivano l’uno accucciata sull’altra.
Mi chinai su di loro e feci ad entrambi una carezza, poi mi recai in cucina per spegnere la minestra di verdure che stava bollendo sul fuoco.
Il suono melodioso del pianoforte, raggiunse improvvisamente le mie orecchie, come un eco lontano che lentamente riemergeva da una pagina di vita già letta e sepolta sotto la carta di capitoli più recenti, ma su cui una mano indisponente aveva deciso di puntare un segna libri, indicandomi il punto esatto in cui si era smarrita la mia felicità.
Era dal giorno della morte di Antony, che il suo pianoforte era rimasto in silenzio. L'avevo abbandonato in un angolo del salotto a riempirsi di polvere e ragnatele, non trovando più il coraggio di udire di nuovo la musica, a volte drammatica, altre romantica, che aveva fatto da colonna sonora alla nostra storia d’amore.
Il piatto di porcellana che stavo riponendo nella credenza mi scivolò da esse frammentandosi sul pavimento in minuscoli pezzetti blu non appena intuii che il motivo proveniente dal pianoforte era in tutto e per tutto simile all’aria che Antony suonava spesso dedicandola a me.
Aveva composto quella musica personalmente oltre lui non poteva conoscerla nessun altro.
Feci qualche passo verso la porta del salone, reggendomi a fatica sulle gambe tremanti.
Gabriel era seduto allo sgabello del pianoforte, muovendo, su di esso, le dita con la maestria di un professionista.
“Tu…”, mormorai, poggiando le spalle contro il muro sentendomi svenire.
“Come fai a conoscere questa melodia?”. Gli chiesi con la voce che cercava di essere inutilmente ferma.
Lui non mi rispose e si girò lentamente verso di me e per un attimo ebbi paura di essere divenuta pazza, perché di fronte ai miei occhi non c’era più il viso di Gabriel, bensì quello di Antony.
“Chi sei ?”, gli domandai, cedendo alla volontà delle mie gambe, scivolando lentamente a sedere a terra, stringendo le ginocchia al petto.
“Non avere paura”, mi intimò lui, alzandosi in piedi, riassumendo le sembianze di Gabriel.
“Non devi temermi”, continuò a confortarmi, venendomi incontro, avvolto in una luce innaturale, che mi comunicò un gran senso di serenità.
“ Sono qui per consegnarti un dono d’amore. E’ stato Antony a mandarmi da te. Ha udito la voce dei tuoi ricordi invocarlo e ha deciso di farti un regalo. Io non sono altro che il messaggero della sua benevolenza nei tuoi confronti”.
“Sei…un angelo?”, lo interrogai, intuendo la soprannaturalità dell’evento di cui ero protagonista, mentre lui mi si faceva più vicino, fino a circondarmi nel suo caldo abbraccio.
“Tu lo dici”, mi rispose lui, illuminandosi ancor di più.
“ Ora chiudi gli occhi, Sofia, lascia che ti affidi il dono di Antony”, bisbigliò, facendo scorrere la sua mano lieve e ardente, sul mio volto.
Mi ritrovai avvolta in un enorme chiarore e appena esso si dissolse vidi che stavo camminando lungo la galleria del Palazzo del Louvre, il luogo dove era avvenuto il mio primo incontro con Antony.
Tutto era come allora, anche i volti delle persone erano gli stessi, persino l’aria aveva lo stesso profumo.
Sostai davanti alla statua del Canova, che ritraeva il Dio Eros assieme a Psiche, rimanendo colpita dalla delicata passione che esprimevano i due amanti di pietra.
“Sofia”. Una voce conosciuta, giunse alle mie spalle, mi voltai quasi timorosa di scoprire a chi appartenesse.
“Antony…sei proprio tu?”, gli chiesi, rimanendo ferma sul posto. Non trovando l’ardire di andare incontro all’uomo, che sospeso a qualche centimetro da terra, mi osservava sorridente.
“Cosa ci faccio qui?”, l'interrogai, nella più totale confusione.
“ Voltati Sofia, e lo capirai presto”, mi rispose lui enigmatico.
Feci ciò che lui mi aveva ordinato e di fronte ai miei occhi increduli apparve la figura di un'altra me stessa, più giovane di almeno tre anni. Dietro di essa si fermò un giovanotto dai capelli scuri e gli occhi color acquamarina.
“ Non ho mai creduto alla leggenda che viene narrata su questa statua”, iniziò a discorrere lui, “ma ora che ho incontrato la sua bellezza sto iniziando a cambiare parere”.
L’altra Sofia si girò verso di esso, osservandolo incuriosita.
“Si narra che Psiche si innamorò del Dio Amore”, le inizio a raccontare lui vedendola dubbiosa.
“ Ma seppur ricambiandola, lui, le impose il divieto di guardarlo in volto. Proibizione che lei infranse. Per la sua disobbedienza Psiche fu abbandonata da esso e dovette vagare per il mondo intero alla sua ricerca. Quando finalmente i due si ritrovarono furono uniti dal Dio Giove che rese lei immortale”.
Il giovane fece una pausa e le rivolse un sorriso. “Quando l’ho vista ho pensato che Psiche si trovasse davanti a me”.
L’altra Sofia , rise divertita. “Se questo è un modo per attaccare bottone, devo complimentarmi per la sua originalità. Nessuno mi aveva mai paragonato ad una statua. Comunque il mio nome è Sofia, non Psiche”.
Si presentò porgendogli la mano che esso prontamente gli strinse. “Io sono Antony”, si pronunciò lui.
“Pensa che sia troppo sfacciato se la invito a prendere un caffè?”.
“No, accetto volentieri”, rispose l’altra Sofia, allontanandosi lentamente con lui verso il fondo della sala.
“Il nostro primo appuntamento”, bisbigliò Sofia, voltandosi verso l’angelo- Antony.
“Cosa vuol dire tutto ciò, perché mi stai mostrando questo?”.
Lui si fece più vicino a me, afferrandomi la mano tremante nella evanescenza della sua, infilando al mio dito una splendente fede d’oro.
“ Sofia, il cerchio si è finalmente chiuso. Il mio dono è in questo anello, con cui ti rendo mia sposa come non ho potuto fare quando ero in vita. Te lo affido nel luogo in cui è nata la nostra storia, davanti alla statua che rappresenta l’immortalità dell’amore, perché io dimorerò per sempre nel tuo cuore, come tu abiterai nel mio.
Non esiste un mondo cosi vasto da poterci dividere. Verrà anche per noi il momento in cui ci ritroveremo di nuovo, e come il Dio Amore e Psiche, saremo uniti per la vita eterna”. Detto questo accostò il suo viso trasparente al mio, poggiando sulle mie labbra, le sue, che avevano il sapore dolce dello zucchero filato, dopo di che scomparve in un abbagliante scintillio ed io fui di nuovo avvolta da una luce calda e abbacinante, che cancellò ogni scenario da cui ero circondata.
***
“Apri gli occhi Sofia”. Quando mi svegliai ebbi l’impressione di udire di nuovo la voce di Gabriel, mentre Esmeralda, con la sua linguetta ruvida, mi leccava il volto, strappandomi da un sonno senza tempo.
Mi ritrovai distesa sul mio letto, accorgendomi che in casa non c’era nessuno. “Gabriel, sei qui?”. Dissi, senza ottenere risposta, udendo solamente l’audio della televisione che non ricordavo di aver acceso e sulla quale stavano scorrendo le immagini del film “Ghost” .
Non riuscivo a comprendere quante ore fossero trascorse dal momento in cui mi ero addormentata a quello del mio risveglio.
Non ero certa neanche di che giorno fosse, cosi afferrai il quotidiano che si trovava sul mio comodino per controllare la data. “Domenica 30 novembre”, lessi ad alta voce incredula.
“Non è possibile. Non può essere stato solo un sogno”, continuai, dialogando con me stessa, abbassando istintivamente gli occhi verso la mia mano destra, rimanendo a bocca aperta, scorgendovi il luccichio di una fede d’oro, che brillava al mio dito testimoniando il miracoloso suggello dell’amore di Antony.
Mi alzai dal letto senza più pormi alcuna domanda su ciò che mi era accaduto, convincendo me stessa che un angelo misericordioso avesse voluto rendermi destinataria di un prodigio divino, donandomi la gioia di diventare la moglie dell’uomo da cui il destino mi aveva allontanato troppo precocemente.
Esmeralda mi si accostò miagolando. Io mi piegai sulle ginocchia per accarezzarla leggendo nei suoi occhietti gialli una tristezza che mai prima di allora avevo scorto in essi. Forse anche a lei mancava Quasimodo, come io avvertivo l’assenza di Gabriel.
Pensando a lui, mi rammendai del blocco da disegni che avevo raccolto sotto le navate della cattedrale.
Lo estrassi dalla borsa in cui lo avevo riposto e lo sfogliai di nuovo, divenendo nuovamente testimone di un'altra meraviglia. Ai disegni che avevo scorto la prima volta, se ne erano aggiunti degli altri, tutti altrettanto meravigliosi.
Mentre ne voltavo le pagine la mia mano sostò su una di esse dove era ritratta la figura di un angelo, che aveva le sembianze di Gabriel. In quel istante ebbi l’assoluta certezza che le favole, se lo si desidera con la purezza del cuore, possono anche divenire reali.
Sono tornata diverse volte a Notre- Dame, ma non ho incontrato mai più il mio angelo della strada ne il suo barboncino. Forse Gabriel era veramente una creatura divina, o forse la mia è stata solamente una meravigliosa visione.
Tutto ciò che ho conservato di lui, sono stati gli artistici disegni, con cui ho illustrato la fiaba che ho appena terminato di scrivere.
L’ho intitolata “Il dono di Antony”, scegliendo di porre sulla copertina del libro un biondo cherubino che sussurra a ogni mio lettore di non smettere mai di credere e sperare nell’avverarsi dei sogni....










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