scritto il 21/11/2008 alle 13:05
vita, rabbia

Un'illuminata stanza al secondo piano inferiore. Luci al neon, quadrati che si alternano con quadrati opachi costituiscono il soffitto come una tavola di scacchi senza pedine ne fanti, solo regine e re in camici bianchi e verdi e blu. Questo posto per quanto sia un edificio ospedaliero, di cura, è paradossalmente calmo, tranquillo, e non credo sia solo perchè sono le sei di pomeriggio. Regna calma, non ci sono infermieri che corrono su e giu con pazienti, non ci sono pazienti su letti di morte, non vi è nulla di quell'odore sgradevole dei soliti ambulatori, in fondo qui si fa ricerca, qui fanno solo analisi. Eppure... Cerco di rasserenarmi ma sento le gambe tremule, cammino su e giu, cammino sul posto tremando. Panico totale dentro di me. Panico, era la parola giusta. Due dottoresse chiaccherano, sicuramente di una terza persone o di una situazione che non va bene, che non piace loro. Leggevo l'insofferenza e la rabbia sul viso della bionda col camice bianco, che mi aveva quasi lanciato poco prima il foglio giallo da compilare; agitava le braccia parlando.


Sudavo freddo ed aspettavo con ansia che la porta doppia, metà a vetri opachi e metà di plastica bianca si aprisse. Una copia di un quadro di Kandinsky dalla cornice bianca e dai colori pastello, appoggiato sul muro, un po nascosto, un po messo da parte, guarda le porte di fronte: bagni, e un'altra, destinata semplicemente agli "addetti ai lavori" della clinica come dice il cartello appesovi sopra. Dietro il vetro della "cabina" di reception, una terza persona - probabilmente dottoressa - dal mantellino blu parla da ore al telefono probabilmente con un parente, un conoscente, arricciandosi i capelli con l'indice. Sedie rosse aspettano spossate e arrese che finalmente le occupino. Sono relativamente tante, stasera siamo relativamente pochi; due coppie di signore, madre anziana e figlia di età media, madre di età media e figlia quasi bambina ancora - raggiunte poi, con ben 7 minuti di ritardo rinfacciati al marito-padre; ed un signore che aspetta la moglie-fidanzata appena entrata e sparita dietro la porta a doppie ante. Mi chiedo se le sedie rosse sanno dove vivono, se sono consapevoli della loro sorte, se sanno cosa portano sulle loro spalle:

viaggiatrici immobili tra i dolori..

L'attesa è la cosa che piu riesce ad uccidermi. Soprattutto quando è immotivata o i motivi sono sbagliati, e io sono dentro la stanza accanto al macchinario e faccio i cento passi come nemmeno un leone in gabbia al circo farebbe. La mia attesa è dieci volte più lunga che non l'effettiva radiografia. Esco finalmente da li, le lacrime che fin ora mi graffiavano di rabbia riemergono piano, un po timide forse. Cammino silenziosa, non riesco a pensare ad altro che all'inutile tempo sprecato ad aspettare, che lei finisse la sua telefonata personale. Non riesco a pensare, non riesco a parlare, le gambe le sento a malapena e le poche forze che ho ormai mi salutano da lontano. Mi riappacifico con la sedia-poltrona di pelle del cherokee, mi avvolge anche se mi sembra di star seduta su una gru, troppo in alto forse, ma sto comoda, sono silenziosa. Non parlo. Mi avvicina una sensazione strana, un misto di insofferenza, di incapacità a fare qualsiasi cosa, pensieri, lacrime di tensione. Chiudo le pareti del mio essere, come se cucissi insieme i pori della mia pelle per diventare ermetica e per non esser piu impregnabile dal mondo. Mi isolo, lasciando all'erta solo le orecchie, sento solo la musica che A. mette su, vasco: Sally. E' una vita che non la ascoltavo, che non la sentivo. Guardo fuori dal mio finestrino e vedo il buio del bosco di via ardeatina, guardo avanti per cercare di spostare la mia attenzione, di occupare la mia mente: vedo le luci rossi dei fari delle macchine davanti a noi, tutte in coda, tutte silenziose. Affondo e mute scivolano sulla mia guancia, di nuovo, è solo il panico e lo stress di prima che evapora. Ed ora, ora, devo galleggiare, mi tiro su, cerco di cantare....

sono un caledoscopio instabile..


Autore » © fallenfairy
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#1   21 Novembre 2008 - 13:34
 

...mi ci rivedo, credo che molti si possano identificare in questo tuo scritto che sa anche un po' di denucia. Come caleidoscopi siamo, è vero... e instabile è questa vita che siamo chiamati a vivere. Un abbraccio.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente inchiostroblu

#2   22 Novembre 2008 - 01:33
 
Molto vero, molto duro anche, proprio perché non è sicuramente fantasy...

bacio
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Anake

#3   22 Novembre 2008 - 07:40
 
ferite che si riaprono e sanguinano nel leggere questo scritto


baci baci iry
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