La storia che non so raccontare è quella che più mi appartiene, che scorre nelle mie radici. I ricordi della mia famiglia si fermano ai bisnonni paterni, Paolo e Rosa; nei loro semplici nomi una devozione tranquilla, ma anche quella fibra tenace che sopporta guerre, passa attraverso giorni di fame, bambini aggrappati al collo e nessuna sicurezza. La loro vicenda mi è arrivata attraverso le memorie frammentarie di mio padre che ne sentì parlare quando era piccolo. Non riuscire a narrarla come si deve non è solo questione di tempo che sfuma i contorni alle cose, ma di ventre; ventre il mio che non saprebbe fare figli su figli, mammelle che non si sono prosciugate nel dare latte a chi poi non sopravvive. Così ciò che rimane di quella lontana esistenza è una pallida traccia sospesa tra la terra ed il mare.
Il mio bisnonno era poverissimo, faceva il badilante ma era anche un po’ artista, uno di quelli che dipingono Madonne nelle santelle, con gli occhi allungati che nel tempo si fanno stinti, però sapeva anche scolpire il legno e gli piaceva suonare. Una vita così non poteva bastargli, perciò convinse la moglie a lasciare quel piccolo centro della Pianura Padana per andarsene in Brasile. Furono gli unici del paese a cercare la fortuna in America.
Presero la nave a Genova ed era la prima volta che la mia bisnonna vedeva il mare, chissà se nelle narici sentì l’odore di salmastro, se avvertì lo strappo che l’allontanò dalla riva, se notò il colore delle onde. Quello che so è che si stabilirono vicino a San Paolo, costruirono una casetta, avevano un po’ di terra, degli animali e stavano capovolgendo il verso dei giorni. Ma la mia bisnonna era malata di nostalgia; forse sentiva la mancanza del cortile, delle amiche che rammendavano e sferruzzavano accanto a lei, dei canti e dei discorsi che accompagnavano la giornata; forse rimpiangeva la nebbia che in autunno cingeva il paese come un’invisibile fortezza, oppure il filare dei gelsi, la curva che faceva la strada prima di arrivare in cascina, i nomi uguali che tutti davano alle stesse cose. Lì, invece, la sua tristezza parlava un dialetto che nessuno riusciva a capire.
Così, dopo due anni, i miei bisnonni vendettero tutto ciò che avevano guadagnato per pagarsi il viaggio di ritorno e si imbarcarono, poveri come prima, con in più una figlia di pochi mesi che non conobbe mai l’Italia, perché morì durante la traversata di un male improvviso.
Furono costretti a gettare il suo corpo in mare. Non so se i miei bisnonni ebbero la forza di vedere quel povero fagotto mentre veniva calato nell’acqua, se lei pianse o rimase impietrita con gli occhi asciutti, se lui le fu vicino prendendole la mano. Quasi sicuramente per quella bambina fu detta una preghiera, il suo viaggio nelle onde fu accompagnato da parole. Almeno è quanto spero, non credo in Dio, ma voglio pensare che la sua morte abbia pesato qualcosa, abbia scalfito, anche per un solo momento, l’equilibrio del mondo.
Forse anche il mare per un attimo trattenne il respiro, poi riprese a mormorare con la solita voce, come sempre indifferente e immemore, quando si chiude sopra chi non ce la fa.
La mia bisnonna ebbe poi altri figli in quella terra di pianura che ritornò subito ad esserle familiare e lentamente il suo dolore si attenuò.
A volte mi chiedo cosa farei se, all’improvviso lei mi apparisse qui davanti, con l’aria stanca, i vestiti scuri, ed ho paura di scoprirlo. Forse prima di abbracciarla avrei un’esitazione e il mio sguardo si appunterebbe involontariamente critico su un qualsiasi dettaglio. Sarebbe stato allora inutile attraversare mari, risollevarsi da guerre, sconfiggere la fame, conquistare caparbiamente “l’arte” della parola scritta, se il risultato alla fine fosse questa mia sterile distanza.






















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