scritto il 26/08/2008 alle 15:51


 Personaggi, luoghi, epoche, fatti, sono completamente inventati. Pertanto la Bea è pregata di non darmi del mascalzone. Insomma Bea, è un raccogliticcio di racconti che ho ascoltato al bar !

Quando Mary mi parlò del nostro bambino, stavo sotto le armi.

Prima mi scrisse una cartolina da Cardiff, poi una lettera rosa, poi mi telefonò.

Ricordo che ero appena salito in camerata dopo tre ore di corsa sotto un sole che ti spaccava in due, i vibram che ti toglievano ogni barlume di ragionamento, il sottotenentino napoletano, peraltro simpaticissimo terminato l'addestramento, che ti rompeva le ossa non dandoti un attimo di sosta e di respiro.

Era ancora il mese in cui ti davano le pasticche di bromuro nel caffè del mattino, ed in cui non ti lasciavano uscire di caserma.

Arrivai a sbattere, una sera, la fronte nella cancellata che cingeva l'intero perimetro della zona militare.

Il sergente mi chiese, il mattino dopo verso le cinque e trenta, all'alzabandiera, cosa m'era successo, chi fosse stato, e minacciò di mettermi in c.p.r. se non glielo avessi detto.

Dovetti forzatamente trovare una scusa lì sul posto, e gli dissi d'essere scivolato dalle scale. Rimase a guardarmi come se lo prendessi in giro per un buon trenta secondi, poi passò a minacciare il collega successivo sulla riga perché non s'era rasato alla perfezione.

Un bambino !

Avevo appena diciannove anni, un figlio da mantenere, una moglie da mantenere, che non amavo ! Era stata solo un'avventura estiva.

La mia prima volta.

Eravamo alla fine degli anni settanta, primi ottanta.

Avevo incontrato Mary in discoteca, allora le chiamavano dancing. Perché la Riviera allora era strapiena di stranieri, provenienti da tutta l'Europa, dall' Artico alla Spagna. Niente Balcani.

E le lingue s'imparavano in un battibaleno, bastava averci le superiori.

Io viaggiavo in compagnia di Giacomino, figlio di un imprenditore edile e di alberghi, il quale a sua volta viaggiava a bordo di una 124 sport rossa fiammante decappottabile.

Se non passava a prendermi lui al bar, mi facevo prestare l'Appia bianca II ^ serie da mio padre, quella con il cambio manuale, comprata negli anni sessanta e tenuta come una rosa al naso.

Mio padre era un gigante di quasi due metri, pure massiccio, ed ingombrante con tutte quelle sue domande.

Dove vai, con chi esci, quando me la riporti, ti sei messo la maglietta sotto.

Al primo scortico non lasciò proprio perdere ma ci passò sopra. Al secondo tolse le chiavi dell'Appia dal garage, al terzo cominciò a dirmi che ormai lo conoscevano tutti i carrozzieri e nascose pure la chiave dell'autorimessa.

Se non ci fosse stato Giacomino, rosso come una carota, che sorrideva sempre con i suoi denti spaiati, sempre pronto a farsi fregare la migliore delle due, mi sarei visto perso.

Poi c'erano Cino, iscritto al Magistero ad Urbino, che già allora scriveva poesie ed ancora continua, e Begoli.

Già allora Cino amava dire che fino ai diciotto tutti possono scrivere poesie, dopo solo i poeti. Gli altri dovrebbero astenersene.

Oggi so che già allora scopiazzava.

Begoli possedeva, di suo, una macelleria ed una Giardinetta, quest'ultima che di giorno utilizzava per trasportarci i polli e che, di sera, dopo averla lavata e rilavata sotto una pompa che avrebbe suscitato l'invidia dei vigili del fuoco, utilizzava per ogni evenienza.

Possedeva anche due baffi a mustacchio tenuti ancor meglio.

Begoli era di un'eleganza innata. Alto, poco più di uno e novanta, sottile ma atletico, dinoccolato ma elastico, si vestiva tutte le sere con una camicia bianca lavata di fresco e profumata o di lavanda o di chissà quale altra essenza, ma sempre buona, perché sua moglie ci teneva. Abbinata a pantaloni scuri perché il pendant era importante.

Labbra grosse e bocca carnosa, pareva, ed era, il più anziano e serio di tutti noi, anche perché l'unico che lavorava. 

Tranne quando sbottava nella sua risata, originalissima, travolgente, roboante, incontenibile per lui e per tutti coloro che gli stavano attorno, uomini o donne che fossero.

Una sera d'agosto, dovevamo essere vicini al Ferragosto perché per le strade di marina non si passava, poiché la moglie non aveva fatto in tempo a stirargli i pantaloni, o forse perché avevano litigato, per rimanere in tono venne fuori con quelli del tight con cui s'era sposato e Cino, me lo ricordo bene, si rifiutò per una buona mezz'ora di salire nella Giardinetta per l'odore di formalina che promanava dal guidatore.

Così Begoli aprì lo sportellone dietro, tutti i vetri, spalancò il cofano, vi si cacciò seduto e, per quella abbondante frazione d'ora, rimase davanti al bar ad attendere che Cino rinsavisse.

Quell'anno, anch'io mi ero iscritto all'Università, ma per un ritardo nel riconoscimento della Facoltà che avevo scelto mi ero ritrovato di botto in una caserma a Lecce, ad un corso strappato per i capelli della durata di cinque mesi.

Nella disperazione provocatami dalla concisa cartolina del Ministero, solo una consolazione, seppur piccola, la data di partenza per il Sud, passata cioè quasi per intero la buriana estiva.

 

 

 

 

 

 


Autore » © taglioavvenuto
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Commenti
#1   26 Agosto 2008 - 18:19
 
per adesso non ho niente da dire vediamo più avanti...ciao
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#2   26 Agosto 2008 - 21:45
 
Questo contiguità illogica in cui la vita ci comprende: "Anch'io, quell'anno mi ero iscritto all'Università...".

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#3   26 Agosto 2008 - 22:20
 
bravo caos, hai colto quella contiguità che mi appartiene fortissima, a questi personaggi, svelata da un lapsus.
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#4   26 Agosto 2008 - 22:50
 
Ma quante affinità sig.caos con sig. taglio :))
adesso son curiosa(Femmena sugno!)....e quanto vi conoscete? hihihihihihii

baciottolo ad entrambi
criss
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#5   27 Agosto 2008 - 02:37
 
Ci piace sempre di più questo racconto, complimenti.

la redazione
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#6   27 Agosto 2008 - 08:24
 
criss,
contiguità, non affinità
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