VII ° ed ultimo giorno di mare
Si preannuncia burrasca, oggi.
Per prima cosa ho fatto un salto sulla punta del molo, a fare colazione al baretto sulla destra della piccola darsena, quello di cui si ricorda anche caos.
Caffè ed una brioche vuota, ciò che faccio di solito quando non sono in vacanza. Giusto per riprendere le abitudini.
Seduti al tavolino dietro me, due vacanzieri con i cosiddetti, nel senso che viaggiano ed ormeggiano con due entrobordo cabinati di venti metri e passa, parlano chini, sospettosi come due carbonari.
Le mogli, ambedue bionde, labbra e sopracciglia ridisegnate dal chirurgo, ascoltano in silenzio, l'espressione sotto gli occhiali leggermente obnubilata.
"Ci sono i cagnetti, basta superare le quattro miglia".
Ora, per chi non conoscesse il linguaggio dell'alto medio Adriatico, i cagnetti sono squali, non so di quale razza, di un metro o due di lunghezza. Ci sono sempre stati, tanto è vero che i pescatori li vendono a tranci, sul mercato ittico, per farci il famoso brodetto.
E da tempo immemorabile essi non si spaventano per la loro presenza.
Uno dei due conferma. "Ne avrò visti almeno una decina, ma grossi….cribbio....".
Dopo di che questi signori hanno calzato i loro berretti da comandante, si sono alzati, e sono risaliti sulle barche, lasciandomi solo.
Allora ho aperto il giornale appena acquistato nell'edicola prospiciente, direttamente alle pagine degli spettacoli e cultura, saltando d'un getto fondi, spalle, politica, cronaca e sport.
Anche lì poco da leggere, tranne il fantastico viaggio di Paolo Rumiz, e quindi ho svoltato in fondo, alla penultima pagina, cioè all'oroscopo.
Non ci credo, avendo letto quel tanto che basta ne Il vero e il falso di quel gran marpione di Antonino Zichichi, ma fa sempre piacere leggere il saluto di un amico che s'ingegna quotidianamente a trovar qualcosa che possa farvi sperare in un futuro migliore, o mettervi in guardia dall'ovvietà di un pericolo.
Le previsioni del tempo, invece, confermavano burrasca.
Ciò fatto, ho lasciato il giornale ben ripiegato per qualche altro avventore, ho inforcato la bici, e sono tornato a casa. Dopo aver pagato la consumazione, beninteso.
Roxane e Veronica ancora non s'erano svegliate.
Ho gironzolato in quella gabbia verde di venti per venti, per stare abbondanti venticinque, per una buona oretta, mi sono fermato di scatto alcune volte come se Archimede m'avesse soffiato l'eureka nelle orecchie, invece era per pianeggiare con i sandali alcuni quadratini del prato all'inglese che s'erano sollevati, poi mi sono deciso.
Esco.
Mi sono fatto quei quasi duecentocinquanta metri che mi separano dal mare camminando alla cieca, con la tavola rovesciata sulla testa, la vela in una mano, boma e timone nell'altra che a loro volta calcavano sul cranio, e sono arrivato da Tonino, il sultano.
Raccontano, le leggende, che abbia avuto circa 5.000, diconsi cinquemila, femmine. E tutte bone e brave, aggiunge lui, ridendolo dai denti mancanti.
Facendoci un po’ i conti, se avesse una settantina d'anni ed avesse cominciato a fare quel lavoro a quindici, se le stagioni fossero state sempre piene ed avesse cambiato una ragazza al giorno, quasi ci saremmo.
Per cui, non ne rido come gli altri.
Bene. Tonino m'ha detto perentoriamente che sono un pazzo ad uscire con una vela da quindici metri.
Il vento già era posizionato sui quattordici nodi e sarebbe aumentato, nella mattinata, forse raggiungendo i diciotto.
Ci vuole una vela da dieci, dodici metri al massimo, altrimenti ti perdi e non ti ritroviamo più. Ha aggiunto.
Cammina diritto come un fuso, Tonino, i bicipiti per nulla rilassati. Solo la pelle da tracce di memoria.
Te lo do io un buon surf. Ha concluso, raccattando il mio ed indicandomi il prescelto. Tanto questo è già partito.
Da ultimo, da buon padre di famiglia, ha esclamato. " Te tci un mat ! "
Matto o no, ho armato la tavola dell'altro e mi sono involato, mentre Tonino urlava, " sta in qua !"
Le onde tirano a terra, ma lavorando di bolina si riescono a fare ugualmente dei bei salti.
Sono come le ciliegie, una tira l'altra.
Alla fine mi sono ritrovato con onde che superavano il metro di altezza, forse un metro e mezzo.
La spiaggia era sparita alla vista, era sparito Gabicce monte ed anche le rocce prima di Pesaro; di là, dall'altra parte, verso la Croazia, blu profondo, forsennatamente increspato fino a perdersi, tutto uguale, senza confini.
E' stato in quell'istante che ho sentito l'anormalità del salto, sbalzato in aria di due metri e passa mentre viaggiavo a velocità supersonica nella fossa fra due onde.
Lassù per aria, cercando di riprendere inutilmente il controllo del boma, ho ricordato Veronica, come se ripassassi fra le dita le inquadrature di una pellicola, dopo aver salutato Gretel.
Mentre ieri sera riaccompagnavo nostra figlia da Roxane.
"Papà, si chiamava Paolo anche quello che è stato ucciso, vero ? "
Paolo è un insegnante di letteratura francese, collega di mia moglie lassù al nord. Me lo ha presentato lei, un giorno che sono andato a prenderla.
Timido e riservato, mi ha dato l'impressione di essere omosessuale.
Ma io mi ci sono arrovellato per tutta la notte. Non ci posso vivere così.
Non è per me, vivere così.






















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