
Stanza 144: ErosDarkroom project
Mi chiamo Geremia: sono uno dei portieri di questo Motel, sicuramente il più vecchio.
Ci siamo già conosciuti; oggi voglio parlarvi della stanza 144 che è particolare, diversa da tutte le altre. E non sto parlando di arredamento.Credo che in ogni albergo, hotel o motel di non recente costruzione e dotato di un numero tale di stanze da salvaguardare l’anonimato ci sia una camera che diventa speciale, con un numero “proibito”, come la 237 di Kubrick in Shining, per i personaggi
che l’hanno occupata o per quello che al suo interno è successo.
La stanza 144 è la “proibita” del nostro Motel.
In essa come in un eccitante mosaico è passata e passa la vita nel suo più pittoresco groviglio umano.
Vorrei cominciare raccontandovi di Eric Savarn:
Arrivò in un giorno di febbraio di qualche anno fa. Non c’ero io alla reception; disse che si fermava per una sola notte. Restò nella stanza 144 un mese, fino alla sua morte: suicidio con un colpo di pistola, una bella minuscola Beretta OX4 Storm, minuscola, leggerissima, così comoda da portarsi appresso...come un’amante fedele e non ingombrante.
Lo notai subito: beveva appoggiato al bancone del bar, lentamente, con metodo: il metodo di chi vuole ubriacarsi sì ma senza fretta per aver tutto il tempo di ricordare o di dimenticare.
Lo riconobbi subito, il virtuoso chitarrista-compositore per il quale le donne di tutte le età
stravedevano.
Di mezza età, alto, castano, capelli lunghi sul collo, un viso magro allungato con un sorriso strano, sghembo, giovane, mani da artista.
C’erano due ragazze giovanissime con lui: tette sode, culetti di marmo, gambe che non finivano più, molto belle e molto rumorose: squittivano, letteralmente.
Finirono tutti e tre nella 144 e francamente invidiai parecchio Eric quella notte.
Ma poi cominciammo a parlare: le sue notti erano lunghe, l’alcool ci metteva tempo ad agire , era solo, come me.
E mi raccontò di Eleanor, la Voce, che cantava proiettando sul pubblico, senza filtri, le sue vicende personali di disillusioni, violenze, droga.
Tutti e due componevano i loro pezzi, tutti e due erano vincenti su un palco; ma la realtà era ben diversa; nonostante lui l’amasse con tutto se stesso lei non riuscì a sfuggire ai suoi demoni.
Morì in overdose di ero.
Erano ormai passati più di dieci anni, ma il grande Savarn non riusciva dimenticarla.
Si stava avviando inesorabilmente all’autodistruzione.
Quando quella notte sentii il colpo di pistola seppi che veniva dalla 144: mi aveva salutao con una pacca sulla spalla prima di avviarsi barcollante alla sua stanza.
Solo.
Già, la morte è una faccenda molto privata.
Un abbraccio Eric ovunque tu sia.
geremiam0rgause
Anche questa Nancy... no, deve aver detto Jessy... comunque se n’è appena andata. Da come faceva ballonzolare il suo culetto alto, raccolto e molto meno coperto di come ce l’aveva mia sorella all’età del punk che forse è la sua stessa, dal fatto che è uscita dalla porta saltando e sorridendo con le lacrime agli occhi ad almeno venti centimetri sopra il tappeto, direi che le è piaciuto parecchio e che dopotutto ho ancora qualche colpo da sparare anche a luci spente. Forse le ha fatto male, ma chissene importa... non le capiterà mai più di farsi il chitarrista dei Night Ravagers, e vivrà nel sogno tutta la vita, nel sogno le sembrerà che sono il più grande amatore e uomo del mondo con l’arnese più grande dell’universo, eccetera, eccetera. Vantaggi dell’essere Eric Savarn, certo, ma soprattutto un mucchio di balle. In ogni caso, per oggi meglio che non chiedano permessi speciali per questo e per ogni altro genere di ‘autografi’, perché temo che le manderò al diavolo anche se sono belle come il peccato. Oggi la storia mi troverà sul tappeto con la testa sfondata. L'inserviente che verrà alle 8 di sera a chiedermi se voglio del cognac del cinquantasette, non sentendomi rispondere, chiamerà prima il mio caro Eno (che oggi non ho contattato né invitato qui) come da me disposto, e non trovandolo perché si sarà già scopato una e poi fatto come una spugna per darci dentro ancora, chiamerà la polizia lasciandole l’onore di farmi rivivere nella leggenda. In effetti, si sentiranno probabilmente le solite stronzate, che era il solito sosia mitomane mentre quello vero si è ritirato a vita privata in un ranch nel New Jersey, e qualcun altro lo ha visto contemporaneamente a Tokyo, a Ground Zero e a parlare con la salma di Fidel. Che credano quello che vogliono, vivo o morto, non fa alcuna differenza.
Ho sempre amato i motel. Non ci sono i soliti stronzi che fanno domande giù nella hall, anzi, la discrezione fa sì che spesso i clienti ritornino. Nessuno pensa che ci possa essere un Eric Savarn fra loro, men che meno che abbia comprato la suite ad angolo al sesto piano, che dà sulla piazza. Nessuno pensa che l’ho scelta perché sono nato in questo stesso mese del sessantuno, come recita la targhetta dietro la porta. Anzi, un giovane pazzoide occhialuto una volta lo scoprì: quando si presentò, entusiasta della scoperta, mi fece pena, ma lo ammirai perché nella vita non aveva fatto altro che seguire la sua follia. Tuttavia dovetti far dire a Eno che qui non c’era nessun Savarn. Chi mi riconosce nonostante - o forse ringraziando - i Rayban neri e il cappello da becchino, si stropiccia gli occhi senza il coraggio di parlare, qualcun altro grida il mio nome e cognome, che ormai non uso più - sentirlo nemmeno mi fa voltare - riferendosi senz’altro al vecchio mago della Stratocaster ES4 personalizzata e distortissima che ha dopato centomila pazzi la sera prima, di certo non a me. Gli amici infatti mi hanno sempre chiamato il Lungo e chi non mi chiama così, di me non sa un cazzo. Però, nella loro innocenza, ci hanno beccato su una cosa: questi due demoni stanno in un corpo solo. Oggi è un bel giorno per morire.
Per tutto il tempo, ho girato in questo pianetino alla luce o all’ombra. Voglio dire, c’ero, non c’ero, all’ombra sì, sotto la luce anche, ma tutte e due le cose mai, mai che si incontrassero una volta. Una vuole il Lungo, l’altra vuole Eric. Ci sono insetti da scansare o insetti da mangiare. Bocche da evitare, bocche da spingere nei pantaloni, bocche da ascoltare. Poi c’è questa finestra, e tutta questa gente sotto che attraversa la piazza e va dappertutto. E ognuno di loro timbra, lavora, timbra, torna. Cos’ha dalla vita? Spiccioli, e un calcio nelle palle di tanto in tanto. Ma cammina con la schiena dritta. Sa vivere per sé stessa. Il Lungo invece vive per Savarn. Ma tra un po’ Savarn sarà dimenticato. Senza di lui, Eric è fottuto. Dove vado io? Come faccio a timbrare o a ciondolare un altro giorno qui? Non so nemmeno se sia più umiliante o più difficile. Io davo il cambio a me stesso per non pensare... Ho tutto, e tutto non conta più. Ho scritto a Eno di cercarsi un buon ragazzo per fare cantare il nostro vecchio Peavey da 250 Watt. Lui capirà e forse piangerà. Ma andrà avanti.
Non ho voluto registrare questo messaggio vocale. I Black Ravagers non muoiono mai.
Dax 82
In una calda notte d’estate dello scorso anno mi trovai di fronte la donna più bella che avessi mai visto: molto alta, con una massa di capelli rosso mogano che avrebbero fatto la gioia di qualunque pittore, aveva due occhi verdi che scintillavano, la bocca carnosa e umida, lattea e cremosa la pelle con qualche efelide simile a una spruzzata di polvere dorata.
Mi sorrise e io ebbi di fronte il paradiso, insieme a due seni che fuoriuscivano in parte dalla canotta aderente come una seconda pelle.
Sono vecchio, eppure di fronte a quella creatura bellissima ebbi la fortuna di provar di nuovo
l’"emozione” che fece dire a Caterina la Grande:
“...Non vergognarti, è il modo migliore per un uomo di dimostrare ammirazione nei confronti di una donna...”
Mi sussurrò che aspettava una persona e da come abbassò maliziosamente la voce nel pronunciar quelle parole è evidente a chi si riferisse: fortunato l’uomo misterioso.
Le diedi la chiave della 144 e mentre si allontanava verso gli ascensori incollai gli occhi a quel sedere incredibile e a quell gambe perfette issate su un paio di tacchi notevoli come su un piedistallo.
Dopo circa un’ora arrivò un uomo scuro di pelle, vestito di nero, il cranio rasato.Aveva occhi chiari , color del ghiaccio. Mani nodose, che si intuivano d’acciaio. Mi chiese di lei, di quello splendore rosso con un sorriso che gli intenerì il volto spigoloso. Chiunque fosse quell’uomo l’amava, amava quel fiore di rara bellezza, come lei amava lui.
geremiam0rgause
E’ un tempo interminabile questo che serpeggia sinuoso avanti a noi, un baratro in cui sprofonda la voglia nell’attesa e si fa eco e torna e ritorna a metà d’ogni respiro, nel centro esatto del cristallo rosso in pieno petto. Tu al centro di me, goccia di sangue e vena pulsante, musica nella mia gola… sorgente a cui m’abbevero obliando il presente.
Tu, voce nelle mie orecchie e morbidezza di baci fra i morsi; arancio ch’esplode nella bocca riempiendola di sapore… nei tempi assorti, dove i silenzi sono caramelle da succhiare, ti spoglio guardandoti ad occhi chiusi, attraversando sogni nati per caso, intrappolata da intrecci di baci francesi e mani sapienti che mi scartano piano.
Anake
E poi ci fu la storia del Minotauro, come lo chiamo io.
Era uno tipo sui cinquant’anni, strano e sfuggente, dallo sguardo ipnotico e dalle lunghe dita giallastre: solo gli occhi erano bellissimi, di un azzurro simile a quello dei fiordalisi “che crescono sulle vecchie pietre tombali” pensai con un brivido ...
Per me era pazzo o comunque con gravi distubi psichici. Passava le notti a passeggiar nella sua stanza, su è giù, senza requie.
I vicini si lamentavano anche per le strane voci che udivano provenire dalla 144: voci diverse ...
alcune addirittura di donna.
Mi chiamarono una notte e io andai a verificare: l’uomo era solo, eppure ...come ci si poteva inventare una storia del genere?
Mi raccontò di essere un antiquario che commerciava in antichi oggetti sacri...
Gli credetti ma non gli chiesi mai dove avesse il negozio.
Poi, una notte, uscì correndo dalla sua camera e sparì nel parco dove qualcuno lo uccise con un colpo di pistola diritto in mezzo agli occhi.
Parve una esecuzione.
Non si scoprì mai chi fosse veramente, risultava profugo croato con falsa identità, e neppure il nome del suo assassino
geremiam0rgause
Molti mi accusano di misantropia, di eccesso di zelo e perfino di aberrazione.
Tali accuse che punirò al tempo giusto sono infondate.
C’è pure chi dice che io, Asterione, sia uno schiavo!
Devo forse ricordare che non sono io il proprietario di questo stabile?
Non ricordo da quanto queste pareti torturano i sogni miei, ma di certo non le ho innalzate io queste… queste mura. C’è una cosa sola di cui sono certo, la fuori quella finestra brilla il sole e qui dentro io, il grande Asterione.
Forse il sole l’ho inventato io un giorno ma non ne ho memoria, forse io mi sono inventato ma davvero credo sia stupido inventarsi dentro uno spazio così piccolo come le mura sfatte di questa stanza, anzi di questo Motel. Già perché di Motel trattasi, di posto da poco conto dove le stanze sono identiche come in un labirinto e la gente strilla e rumoreggia e si perde… dove la frase più consueta che conto ogni giorno è “ fermiamoci qui a dormire, tanto è solo per una notte!”
Una sola notte, ecco… ora ne ho memoria, inventai il sole per dare scadenza a questa sola notte.
La gente qui perlopiù ombre e respiri, e io mi immagino che vengano tutti a farmi visita, ma in verità non passa mai nessuno. Tutti si perdono girando dentro una gabbia più grande.
Forse presto, uno di loro entrerà da quella porta sgualcita e mi salverà. Il mio Salvatore… lo profetizzò un tipo una volta battendo rumorosamente con i pugni dall’altra stanza…. E da quel giorno che avverto una speranza… anche io potrò finalmente uscire… come una volta. Tanto tempo fa lo ricordo appena, sono uscito fuori ma chi stava fuori gridava e piangeva affinché io, tornassi dentro. “È la paura! È la paura che hanno di noi!” Disse mia madre. Poi nemmeno lei tornò e io rimasi chiuso in questa stanza.
E così aspetto il mio Salvatore, che di notte quando tutti gli altri respirano forte e suonano i letti io lo sento. Sento il mio Salvatore che respira!
A volte mi annoio, e così immagino che uno come me mi venga a far visita, e la mia stanza non è più stretta, le mura crollano e aprono immensi giardini, così io faccio “Prego per di qua!” e mostro quanto è grande il mio castello, e porgo inchini e dico “ Ora entriamo nel palazzo reale!” e di colpo sono re, re di un guscio di noce, ma sempre re e racconto al mio ospite tutta la mia vita che ricordo e tutte le cose strane che ho sentito nel tempo sussurrare dai muri. E a volte ridiamo, ridiamo a lungo che se è notte tutte le stanze smettono di agitare le anime dentro. E le anime cercano di scappare, ma l’uscita non esiste… “..è la paura!!”
Le anime spariscono, è la paura diceva mia madre e anche il mio ospite lentamente svanisce e della risata si perde anche il suono.
A volte sono triste e penso che per troppo ci sono stati segreti nella mia mente.
Per troppo tempo ci sono state delle cose che avrei dovuto dire nell'oscurità .
Cammino nervosamente davanti alla porta cercando una ragione, cercando il momento, il posto, l'ora che sia comoda al mio Salvatore…. Perché Asterione vuole vivere gettarsi nel mare, osservare un’onda libera riversarsi contro e affondare la paura che ho costruito dentro queste mura…e così… così mi sogno di nuotare e mi getto a terra e il pavimento è liquido, e l’ acqua salata, acqua che si muove intorno a me… e poi so che sono le mie lacrime, le mie emozioni, l’acqua si muove e cola dal viso mentre io mi addormento, e le stanze smettono di agitare dentro le anime.
Ma sento un rumore, che fosse davvero giunto…lentamente mi sveglio, lentamente mi alzo e mi inginocchio nella notte di fronte alla porta sgualcita del mio castello…e la vedo scricchiolare e aprirsi, la polvere cadere, una lieve luce è prima cosa ad entrare…
“Prego per di qua!” E porgo inchini… che fosse il mio Salvatore… che venga a portarmi in un posto dai diversi colori. Che sogno…mi fermo qui a dormire, tanto è solo per una notte.
Che sogno questa notte.
La canna della pistola brilla nella luce del sole, una mano lustra con un panno cancellando le ultime gesta.
“Ci crederesti Arianna…” disse Teseo… “il Minotauro non s’è neppure difeso!”
devilman 767
Uno degli ospiti della 144 che ricordo con particolare simpatia è Anna .
Anna era veramente fuori posto in un motel.
Immaginatevi una donnetta sui 40anni, vestita dimessamente, insignificante, con in mano una borsa che più che una ventiquattrore pareva un sporta per la spesa.
Capitò verso le tre di un pomeriggio di Aprile: con voce bassa e visibilmente a disagio mi chiese una camera. Le diedi la 144 chiedendomi che cosa mai ci facesse in un motel una donna come quella, più adatta a stare accanto a una lavatrice che lì.
Per un attimo ebbi il sospetto che fosse una possibile suicida; allora la guardai fissa negli occhi che erano grigi e bellissimi...e sentii dentro un rimescolamento: quegli occhi affaturavano.
Così quando di lì a poco arrivò un ragazzo intorno ai trent’anni, agile, di aspetto assai gradevole a chiedermi il numero della sua stanza...non mi meravigliai più di tanto. Forse quella donnetta era una strega, la strega Anna, che almeno per una volta nella sua vita aveva voluto l’amore di un uomo giovane e bello.
E l’eros ha mille facce, ora lo so.
geremiam0rgause
Seduta qui…con gli occhi fissi verso quella porta
in attesa di te..
questa scena immaginata,disegnata e sognata mille e mille volte
appare adesso inverosimile ,irreale..
tra una sigaretta e l’altra,impaziente ,agitata e preoccupata
mi guardo attorno memorizzando ogni dettaglio
ogni particolare,pensando anche a quanti come me
sono passati da qui..a consumare nascosti un po’ di sesso clandestino
ed anche amore,forse per qualcuno…
certo la mia è tutta un’altra storia….
Quella storia nata senza alcun volere e preavviso…
Sopravvisuta ad ogni tentativo che ho speso
Per ucciderla e cancellarla…
Di una passione immensa e di una grande dolcezza e tenerezza…
Storia impossibile da rimanere incastonata nelle mura
e tra le lenzuola
di questo posto…che non ci appartiene
solo come un futile incontro occasionale senza passato
e senza futuro…
In questo letto forse io ci lascerò anche l’anima…una volta e per sempre
perché io ti amo veramente, questa è l’unica indiscutibile ragione
per cui ti aspetto qui…in questa stanza n. 320….
di un anonimo stupido motel..
a metà strada tra te e me…
per incontrarci e lasciarci morire
nella tristezza di un amore senza domani.
KayBlu
Con Andrea, uno dei camerieri, parliamo spesso di quella strana coppia che occuò per una sera e una notte la camera 144.
Erano belli: quando arrivarono destarono la curiosità degli ospiti che oziavano nel salone d’entrata e nel giardino, al di fuori delle grandi vetrate.
Lei non passava davvero inosservata: aveva un viso strano, triangolare, con enormi occhi allungati, occhi d’oriente, marroni con pagliuzze dorate, la bocca grande abbondantemente truccata color rosso vivo, i capelli lisci e lunghi con una frangia che le arrivava agli occhi.
Il vestito nero le aderiva al corpo come un guanto e quel corpo era da urlo.
Portava intorno al collo un foulard annodato stretto che assomigliava a un collare, un collare di seta. Guardava l’uomo con occhi adoranti, pendeva dalle sue labbra.
Tra loro parlavano una strana lingua, che non avevo mai sentito.
Lui era molto più vecchio di lei, con le tempie grigie, elegantissimo e gelido.
A un certo punto le passò una mano sulla testa in una carezza distratta come si farebbe con un cane giocherellone.
Andrea più tardi la vide nuda... e ancora oggi parla di quella visone di paradiso, che lo lasciò inebetito, per tanti motivi....
geremiam0rgause
Scivola come un’ombra, il cameriere, dalla stanza, accompagnato dallo stridere sommesso delle rotelle del suo carrello portavivande.
Ha mantenuto una fredda impersonale professionalità, nell’apparecchiare la tavola di fronte a me in kimono corto, seduto indifferente, che accarezzavo pigramente la nuca di te, accoccolata ai miei piedi, completamente nuda.
Lo hai guardato con intenzioni provocanti, a stanarlo, ma lui, seppure appena goffo, ad occhi bassi, ha approntato la tavola di quanto ordinato e ha stappato con disinvoltura la bottiglia di Brolio del 99.
Poi è uscito, si è sfilato dalla scena e dal cono di luce del faretto che illumina la tavola, come una dignitosa comparsa, lasciandoci soli a giocare.
Menù di carne.
Sono carne a cesellare un menù che sfiora l’aria e solletica le narici come polline di stagione.
La tua esuberanza mi riveste di droghe lasciando che il mio corpo nudo assapori l’emolliente calore del pavimento.
Sono a un passo.
Accucciata solo a un passo da te.
Un’anima ha violato la stanza, ho fiutato la sua ombra che è svanita fra immagini senza pareti.
Respiro l’immobilità dell’attesa.
T’osservo.
E aspetto.
Scoperchio le portate sovrapponendo le calotte lucide al bordo del tavolo.
Si mescolano gli aromi di un succulento brasato al barolo e di un roastbeef freddo, al sangue.
Non ho bisogno di posate: monta l’animalità dei carnivori.
Sono curioso di assaggiare il brasato.
E’ annegato in un denso intingolo di vino e pilucco una fettina sottile che gocciola sul kimono e sulla mia coscia nuda.
Mi sento trasalire alla vista della tua pelle maculata d’olio.
L’istinto sollecita le ghiandole e la mia lingua, flessibile e rispettosa, raccoglie brividi e sapori.
Sento il tuo sguardo che mi penetra impassibile frustando amorevolmente i miei occhi.
So.
Ti slanci entusiasta ad assaporare, succhiando la pelle e la stoffa, e attendi fiduciosa con uno sguardo socchiuso di felino che fa le fusa, contemplando me che mastico.
Ti porgo il mio pasto.
Ringrazi con gli occhi lucidi ed eccitati e assapori la pelle della mano unta con un ingordo leccare.
Ripeto il rituale con una fettina di roastbeef strappata con le mani e le dita gocciolano.
Dissolvo le distanze delle nostre essenze con il sovrapporre dei mie gemiti ed è un languore che sale l’anticipare, di attimi mentali, la scena del contatto che avverrà fra la tua mano che si lascerà accarezzare dalle mie labbra.
Avverto nelle immagini la mascolinità.
La sento pulsare.
.
Ti lascio fare, generoso.
Non voglio ancora curarmi del tuo benessere con consapevolezza: sono assaggi donati con un finto fare distratto.
E’ il roastbeef ad attirare la tua attenzione: morbidissimo, freddo, al sangue, quasi crudo.
Ha un odore penetrante di sangue e carne che inebria.
Lo senti nell’aria, come un animale predatore, e ti ecciti nel vedere portarne alla bocca un brandello rosato gocciolante.
Mugoli di voglia
Il gioco comincia a diventare duro.
Mi piego verso di te con un brano di carne che fuoriesce dalla bocca e tu lo azzanni baciandomi nello stesso tempo con gratitudine e dolce violenza.
Mi stai istigando.
È un invito a espormi e con eccitazione avvicino il capo. La bramosia deturpa i lineamenti. È uno scatto che raccoglie un ghigno immerso nel piacere.
Addento famelica strappando, scuotendo il capo e il corpo, e i seni scivolano morbidi accarezzando la tua gamba.
Sangue e denti.
Pelle e saliva.
Quello che è mio è tuo: condivisione di cibo ed emozioni.
Ho sete.
Colmo il bicchiere di rubino del “99 e bevo smodatamente, incurante di galatei e regole.
Un rigagnolo fuoriesce dalle labbra e cola lungo il collo.
Basta un cenno.
Aspetto un cenno. Schiocco di frusta a interagire sull’animale che è ai tuoi piedi.
Io, cagna, di calore ho immolato i miei sensi al mio padrone.
Ti imbocco di piccoli pezzi di carne, presi alla rinfusa dai piatti, alternando, godendo visivamente della tua masticazione vorace, del tuo socchiudere gli occhi ad assaporare altra carne, del tuo sguardo grato e assetato.
Hai sete anche tu, sì.
Bevo allora.
Una piccola pressione sul tuo mento rivolto verso me.
Sai che hai il permesso.
Ora.
Sì, ora posso riceverti.
Muta nel respirare mi sollevo sulle ginocchia mentre ti chini su di me. Suggo dalle tue labbra gemendo per la soddisfazione del rosso che consolida enfasi e umori.
Intenti e vino scivolano sul corpo in preghiera accarezzando il volto.
Schizzano, gocce, e si abbandonano sui seni disegnando arpeggi d’unghie.
Ritorni ai miei piedi sorridente e felice e ti accarezzo la testa strofinandoti amorevolmente dietro le orecchie.
Mormoro a bassissima voce qualche parola di compiacimento e ti lancio un brandello di carne.
Puoi leccarmi la mano, ora, ancora, per come vuoi.
simonettabumbi
Fu un lunedì di Pasqua che la trovammo morta , la signora della 144.
Questo Motel è un porto di mare, gente che va , gente che viene, è molto grande.
Insomma nessuno si accorse che Miriam non usciva dalla sua stanza da più giorni.
Fu l’odore che ci portò da lei: arrivarono gli ospiti del piano a lamentarsi di nauseabondi olezzi che avevano invaso le loro stanze. Quando aprimmo la porta la trovammo sdraiata sul letto, con il sangue che aveva oltrepassato il materasso per formare una pozza sul pavimento. Le vene dei polsi aperte come pallide bocche spiegavano quel macello.
Lo spettacolo era orribile, l’odore impossibile da sopportare.
Il cadavere, anche per il caldo della stanza chiusa, era gonfio, nerastro, gli occhi infossati modellavano già il teschio.
Eppure qualche giorno prima quella donna era stata bella e giovane: me la ricordavo bene, anzi mi ero chiesto che ci facesse lì da sola una ragazza così appetibile.
La vita più che la morte è un nonsenso.
Notai una lettera sul comodino, era aperta; prima che qualcuno la vedesse, volli leggerla, così, forse per capire quella tragedia.
Ma feci in tempo a scorgerne solo l’inizio:
“amore mio, non ce la faccio più...”
che un poliziotto me la strappò di mano.
geremiam0rgause
Un incontro inaspettato,
un sorriso sempre tirato,
nel volto la luna
nel cuore lama tagliente,
arridente,
opaca felicità di uomo immaturo,
tu ora sei un concentrato
d’irrisoria parsimonia.
Donna,
lo ero,
ma non più,
mascherata da comodo,
sol per me,
copricapo che mi dona
assuefacente dolore.
Le mani sono corrose dal tempo,
in questa stanza
che con se porta il fetore
del mio corpo putrido,
del sangue
a flotte versato,
sudori ed umori,
quelli si ardenti,
del mio amore.
No, un fantasma,
uno spirito sconsolato
avrebbe più di me
da gioire,
tormentata sono,
e qui resto,
per quanto
questo mi è oscuro;
una carezza mi preme,
tra le ragnatele
che affrescano
le poltrone di pelle,
chiedimi se sono morta,
chiedimi se sono vicaria
d’una mente lucida.
Sopprimi la tua paura,
annega il tuo malumore,
viaggiatore di questo luogo:
del letto in subbuglio,
del bicchiere di cognac,
mezzo vuoto o pieno,
che vuoi che sia,
della sigaretta fumante,
del velo da sposa strappato,
nulla
- violentemente -
resta
- inarcatamene -
sommerso
dai bagliori d’una storia
che non ha fine.
Ho ancora le vene squarciate,
impigliate nelle chiusure
del tessuto di feltro,
no,
non entrare in quel bagno,
no,
non versare acqua
nella vasca,
non più essa è nitida:
lì ha avuto origine il mio supplizio,
latente trasporto
di mera compassione umana.
Guardami viaggiatore,
son seduta alla scrivania,
le gambe accavallate,
indosso ancora le scarpe basse di stagione,
il bracciale d’argento,
l’anello di zaffiri,
sono qui abitatore di questa notte,
guardami,
disperata ti domando
se son ancora bella,
- aria di brughiera,
son solo aria -
ma dimmi se il mio seno freddo
può ancora abbellire corpo vivo,
io che da morta
ho maritato la Morte.
tohell666
Quando arrivò il rappresentante di liquori pioveva a dirotto e faceva freddo. L’uomo pingue e avanti con gli anni, depositò per terra una valigetta rigonfia chiedendomi una stanza; lesse il numero 144 ed esclamò gioviale:
“Due quattro, il quattro mi porta fortuna”
“Davvero signore?” risposi io.
Avevo la sensazione che quell’uomo avesse voglia di parlare. Infatti mi disse di essere un rappresentante di liquori che l’età e un padrone poco riconoscente avevano messo in pensione. Quella era la sua ultima sera da lavoratore , aveva ancora la sua valigetta, me la mostrò con fare orgoglioso. Mi confidò anche che aveva intenzione di festeggiar l’avvenimento a suo modo.
E lo fece, sorrido ancora al ricordo.
Geremiam0rgause
Si somigliano tutti e per questo mi fanno sentire a casa: stessi arredi ordinari, stesse stampe alle pareti, stesse bruciature di sigarette sui ripiani, stesse tende polverose.
Almeno così succede a me, rappresentante di professione di vini e liquori, che vivo nei motel, di quelli che trovi a pochi chilometri dall’uscita di un qualsiasi casello autostradale.
Dal lunedì al venerdì, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno.
E mi trovo bene, anzi mi trovo meglio che a casa mia, dove ad accogliermi c’è solo un velo uniforme di polvere. Qui faccio quattro chiacchiere con la donna alla reception, qualche battuta allusiva perché, altrimenti, si sente trascurata; poi una capatina al bar per una birra ghiacciata o per un whisky a seconda della stagione e mentre bevo scambio banalità sul tempo, sulla politica, sul carovita con il compiacente barista. Infine, a letto: per compagnia il rumore delle auto che sfrecciano sulla strada, le immagini di un vecchio film che scorrono alla tv, la luce artificiale dell’insegna a filtrare tra le liste delle tapparelle, i tonfi delle porte, i passi nel corridoio e, sovente, l’amore delle coppie clandestine che qui trovano un rifugio discreto.
Stasera, però, è l’ultima volta. Mi guardo attorno per imprimermi nella mente ogni particolare. Da domani sarò ufficialmente in pensione. Restituirò l’auto alla ditta, ritirerò la mia medaglia per gli anni di servizio e il direttore farà il solito discorso sottolineando l’impegno, la dedizione, il senso del dovere, eccetera, eccetera, eccetera. Già, dovrò restituire anche il campionario. Il mio sguardo va alla voluminosa valigia che ho posato sul tavolino, davanti alla specchiera. La porto sempre con me per evitare che me la rubino giù, nel parcheggio. La prendo e la metto sul letto.
Nella stanza accanto intanto è entrata una coppia: li sento ridere, lei parla a voce alta e ogni tanto lancia dei gridolini. Tra non molto scenderà il silenzio o, meglio, saranno gemiti e scricchiolii di letto.
Apro la valigia e prendo la prima bottiglia mignon che mi capita sotto mano: sto infrangendo una regola che ho sempre rispettato, ma me ne frego. La stappo, faccio un solitario brindisi e la bevo tutta di un fiato. Poi ne apro un’altra, poi un’altra ancora, e ancora…
A me. Alla pensione. Alla falsa bionda della reception. Ai due che scopano. Alla fottuta medaglia. Alla faccia che farà il direttore quando gli consegnerò la valigia vuota.
Sdraiato, tracanno l’ultimo sorso. Spengo la luce. Anche di là hanno finito.
baccarat
Hanno abitato la stanza 144
m0rgause
dax82
anake
devilman767
kayblue
simonettabumbi
tonell 666
baccarat
Lascio questo racconto aperto fino a Lunedì 7 Luglio, per chi volesse aggregarsi continuando sulla stessa mia traccia.
Poi lo chiudo.
ciaooo enri*§*























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